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FINANZA E POLITICA/ Bcc, una riforma in cui tutti possono vincere

Pubblicazione:lunedì 17 agosto 2015

Alessandro Azzi, presidente Federcasse (Infophoto) Alessandro Azzi, presidente Federcasse (Infophoto)

È una riforma dalle prospettive win-win quella in dirittura d’arrivo per il Credito cooperativo italiano. Una di quelle partite che da cui tutti possono uscire vincitori giocando assieme e che invece nessuno può permettersi di perdere da solo.

Non possono e non vogliono perdere la partita della riforma le 370 Banche di credito cooperativo italiane, con il loro milione abbondante di soci - principalmente piccoli operatori d’impresa e famiglie - e quegli altri numeri che ancora contano nell’Azienda-Paese: 163 miliardi di risparmio italiano intermediato in 135 miliardi di credito all’economia italiana. È un decimo del sistema bancario nazionale, diffuso orizzontalmente e capillarmente in tutti i territori, con 4.400 sportelli (in alcuni comuni ancora la sola presenza bancaria) e 37mila addetti. È un pezzo di Azienda-Italia che non poteva non esser messo sotto pressione dalla crisi finanziaria globale che in Europa ha raso al suolo intere realtà bancarie, anche nel segmento cooperativo. È d’altronde uno dei più grandi “corpi intermedi” della società italiana, vecchio quasi quanto lo Stato unitario e depositario di forti valori economico-sociali come la mutualità e la sussidiarietà: fra persone, fra imprese, fra comunità e territori. In tutte le regioni, nessuna esclusa.

Non possono e non vogliono perdere la partita di un moderno Credito cooperativo le autorità creditizie: il Tesoro e la Banca d’Italia. È stato il Governo, lo scorso gennaio, a sollecitare con forza le Bcc a evolvere, a ripensare i loro modelli di governance e gestione, le proprie reti e piattaforme centrali. Lo hanno fatto, Palazzo Chigi e il Tesoro, anche in risposta al pressing della nuova Unione bancaria: accelerando la lunga uscita dalla crisi globale, Ue e Bce hanno infatti alzato l’asticella degli standard dell’attività bancaria (Bruxelles ha inserito la riforma del Credito cooperativo fra le sei raccomandazioni al Governo italiano per il 2015). Al Credito cooperativo - in sintesi - è stato chiesto anzitutto di rivedere e reinventare la storica autonomia delle singole Bcc: per prevenire rischi di singole crisi inevitabilmente più alti con aziende di piccola dimensione e talora troppo “solitarie” nel governo societario.

La prescrizione di studiare strutture più raccordate e funzionali è stata confermata anche in relazione a un seconda esigenza-obiettivo: quella di garantire al Credito cooperativo italiano un accesso adeguato al mercato dei capitali. La base patrimoniale aggregata corrente del sistema (20 miliardi di euro) non è trascurabile, neppure in termini di coefficienti: ma la crisi esplosa dal 2007 e la progressiva riscrittura di regole e prassi impongono oggi a qualunque soggetto voglia far banca parametri più stringenti sia per la base patrimoniale corrente che per eventuali approvvigionamenti d’emergenza. Governance e management più efficaci e più solide basi patrimoniali guardano ovviamente a un credito cooperativo che - assieme alle altre banche italiane - torni a girare a pieno regime nel finanziamento dell’economia.


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