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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Sui mercati si accende "l'allarme Usa"

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I Paesi Opec, d’altronde, stanno pompando al massimo, così come gli Usa nonostante il collasso dei prezzi (alcuni produttori shale del giacimento di Bakken hanno talmente strizzato margini e costi da essere operativi anche a 25 dollari al barile), quindi la saturazione non solo non è terminata, ma rischia di aumentare. Tanto che Gary Shilling, presidente della Shilling Company, ha azzardato che il petrolio potrebbe arrivare anche in area 10-20 dollari al barile «se l’Opec deciderà di non tagliare la produzione e invece dichiarerà una guerra dei prezzi contro i produttori concorrenti per mantenete la sua quota di mercato».

E qualcun’altro azzarda scenari apocalittici, ovvero Jeff Gundlahc, a detta del quale «se il petrolio scenderà in area 40 dollari e romperà quel livello, allora qualcosa di molto brutto succederà al mondo e non solo all’economia. Le conseguenze geopolitiche potrebbero essere terrificanti». E la correlazione storica rappresentata nel grafico a fondo pagina pare dargli ragione, visto che rapidi e grandi movimenti in entrambe i sensi del prezzo del petrolio sono stati correlati a significative crisi economiche e geopolitiche in tutto il mondo. Il problema è che oggi, a causa del quantitativo enorme di denaro immesso nel sistema dalle banche centrali, i flussi monetari sono più veloci che mai e tutto è più strettamente correlato proprio a quel flusso.

Ma attenzione, perché sul finire della scorsa settimana un altro indicatore di rischio ha rimandato chiari segnali di allarme, questa volta legato al mercato obbligazionario Usa ma con stretta correlazione a quello azionario. I credit traders, infatti, sono noti per suonare la campanella prima che i titoli azionari realizzino che c’è un problema e venerdì hanno reso noto che la scorsa settimana gli investitori hanno ritirato 1,1 miliardi di dollari dai fondi obbligazionari investment-grade, il prelievo più grande da 2013, stando a dati raccolti da Well Fargo. Le obbligazioni di aziende denominate in dollari di tutti i ratings hanno perso il 2,3% dalla fine di gennaio, mentre l’indice Standard&Poor’s ha guadagnato il 5,7%: «Il credito è il segnale di avvertimento a cui tutti stanno guardando, è stato infatti un ottimo indicatore per gli ultimi 15 anni», ha dichiarato Jim Bianco, fondatore della Bianco Research di Chicago.

Gli acquirenti di bond sono infatti poco invogliati a comprare carta che offre rendimenti ai minimi storici, 3,4%, in un momento in cui le compagnie stanno sempre di più utilizzando i propri introiti per acquisizioni, buybacks e pagamento di dividendi. Inoltre, incombe il probabile rialzo dei tassi della Fed, il primo dal 2006, con il quale si porrebbe fine a un periodo senza precedenti di politica monetaria di stimolo che ha soppresso i costi del credito. Come conseguenza, gli investitori in bond corporate chiedono di più come compensazione al rischio, per l’esattezza 1,64 punti percentuali sopra il tasso benchmark della Fed per detenere obbligazioni investment grade, il livello più alto toccato dal luglio 2013.

Di più, si tratta del premio più grande relativamente a un misuratore della volatilità equity dal 6 marzo del 2008, casualmente 10 giorni prima che Bear Stearns andasse a zampe all’aria e venisse comprata per 2 dollari ad azione da JP Morgan! E il rischio è che ancora una volta, proprio come nel 2008, il mercato azionario sia troppo compiacente verso i segnali di rischio rispetto al credit market, all’epoca lo fu verso i subprime e sappiamo come andò a finire, una crisi finanziaria a livello globale.