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SPY FINANZA/ Le nuove "spinte" per una guerra in Medio Oriente

Pubblicazione:giovedì 20 agosto 2015

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A oggi il livello di emissioni di bond e titoli è crollato di oltre i due terzi rispetto i livelli di maggio, stando a dati tracciati da Thomson Reuters. E con la revisione delle linee di credito attese per ottobre e l'hedge a 90 dollari al barile che terminerà con la fine dell'anno, le aziende petrolifere che devono rimpolpare il valore del collaterale postato in banca per il credito, onorare le scadenze sui bond e finanziare la perforazione di nuovi pozzi per sostenere il cash flow non possono che rivolgersi a ricche aziende di private equity per ristrutturare o vendere assets. Per Carl Tricoli, managing partner alla Denham Capital di Houston, «fin dal primo trimestre di quest'anno i mercati di capitale sono apparsi con forza sulla scena. Certo non risolve i problemi ma l'anno prossimo ci saranno grosse opportunità per aziende legate al private equity con molto capitale per palesarsi e cominciare a comprare». 

Proprio lunedì scorso il produttore di shale Magnum Hunter Resources ha reso noto che un fondo di private equity di cui non è stato rivelato il nome pagherà i 430 milioni di dollari necessari per lavori di trivellazione in Ohio, in cambio dei diritti sul terreno. E offerte fatte solo pochi mesi fa, ora divengono allettanti per potenziali venditori di assets, visto che il calo del prezzo del barile e il prosciugamento del finanziamento obbligazionario li costringe a rivedere al ribasso le loro richieste: e i fondi festeggiano. 

Ma Bill Conway, amministratore delegato del Carlyle Group, gigante del finanziamento alternativo, sembra spegnere gli entusiasmi rispetto alla portata di questo shopping "salvifico" da parte del private equity verso il settore energia: «Direi che questo è il momento giusto per stare molto attenti a investire nel comparto energetico». E con il mercato del credito che, di fatto, implicitamente già prezza un calo delle valutazioni rispetto alla ratio P/E e ai multipli, il grafico a fondo pagina può spiegarci meglio di mille parole lo scetticismo di Bill Conway: a quota 1075 punti base, il rischio di credito per il settore energia non è mai stato così alto! Insomma, una catena di default potrebbe essere in arrivo. 

Inoltre, uno dei motivi per non attendersi un rimbalzo nel prezzo del barile sta nell'attuale crisi valutaria in corso, visto che le monete più legate alle commodities stanno crollando e questo porta con sé un taglio dei costi di produzione. I trivellatori dalla Russia al Canada, rispettivamente secondo e quarto produttore di petrolio al mondo, vendono infatti il greggio in dollari ma pagano molti dei costi operativi in valute locali: per capirci, solo questo mese il dollaro canadese ha perso l'11% contro quello statunitense, mentre il rublo verso la divisa Usa viaggia vicino ai minimi da sei mesi. 

 


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