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SPY FINANZA/ Le nuove "spinte" per una guerra in Medio Oriente

Pubblicazione:giovedì 20 agosto 2015

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Il tutto in un contesto in cui la produzione si è mostrata più che resistente, visto che l'output Usa non ha minimamente risentito del calo del 60% nei prezzi in dollari dal giugno del 2014 e anzi è vicino ai massimi da 40 anni, l'Iraq sta producendo ai livelli massimi e la Russia ha raggiunto il massimo post-sovietico proprio quest'anno. È una spirale negativa auto-alimentante, visto che il calo dei prezzi delle commodities come petrolio e rame ha colpito le valute dei Paesi produttori e più queste ultime si indeboliscono verso il dollaro, più si abbassano i costi, un qualcosa che a sua volta va a pesare sul prezzo delle commodities in generale. 

Ad esempio, i costi della produzione pre-barile per i produttori canadesi sono scesi del 20% da un anno fa, proprio grazie al tasso di cambio e questo potrebbe garantire produzione anche in una fase di mercato saturo che invece potrebbe consigliare l'eliminazione dei surplus attraverso il taglio dell'output. Lo stesso vale per la Russia e il rublo, visto che Rosneft, il più grande produttore di petrolio al mondo quotato, ha aumentato la trivellazione del 27% nei primi sette mesi di quest'anno, questo nonostante il break-even che garantisce profitto all'export russo sia attorno ai 90-100 dollari al barile. Se per caso, poi, la Fed dovesse davvero alzare i tassi al meeting del 16-17 settembre (i futures mostrano una possibilità del 48% in tal senso), il dollaro come reazione salirebbe e il prezzo del petrolio calerebbe ulteriormente, visto che alla pressione rialzista del biglietto verde andrebbe aggiunto l'eccesso di offerta sul mercato. 

Una spirale, come vi dicevo. Dalla quale si può uscire in un solo modo: una guerra in Medio Oriente. 



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