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SPY FINANZA/ Le nuove "spinte" per una guerra in Medio Oriente

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Come vi dico da sempre, l'elevata finanziarizzazione del petrolio come commodity rende gli scostamenti nelle dinamiche di prezzo in grado di influenzare a 360 gradi economie e mercati. Ma c'è anche dell'altro, ovvero il lato oscuro di questa finanziarizzazione. Se infatti molti osservatori del mercato stanno guardando con apprensione ai sempre nuovi minimi toccati da Brent e Wti a causa della saturazione da offerta, altri cominciano a guardare altre dinamiche, come quella rappresentata dalla linea blu nel primo grafico a fondo pagina, ovvero il "prezzo" del settore energetico allo Standard&Poor's 500 di Wall Street: la dinamica non è affatto bella, visto che il prezzo di 506.4 è il più basso da giugno del 2012. E la ragione che giustifica il ritardo nel calo del prezzi dei titoli del comparto sta tutta in un cuscinetto, ovvero i multipli di utile per azione (la linea rossa nel grafico) che invece sono continuati a salire. 

Ora guardate il secondo grafico, il quale ci mostra quale sia l'utile per azione del settore energetico, 19.3, in calo da quota 50 proprio in linea con il crollo del prezzo al barile: bisogna andare all'estate del 2004 per trovare un profilo di utile per il settore comparabile a quello attuale e, oltretutto, nemmeno nel picco della crisi finanziaria del 2008 gli utili energetici erano scesi così tanto. Insomma, l'unica ragione per cui i prezzi dei titoli azionari sono dove sono attualmente sta nei multipli di utile per azione, attualmente a 26.3x, un livello che è stato più alto soltanto durante la bolla informatica! E se gli investitori si stancassero di attendere il rimbalzo del prezzo del petrolio e non accettassero più utili stagnanti, decidendo quindi di punire i multipli del settore e li spedissero nella media a lungo termine di 13.6x, cosa accadrebbe? 

Ce lo dice il terzo grafico, il quale ci mostra il prezzo attuale del settore energetico allo Standard&Poor's contrapposto a quello del settore se fosse applicato un multiplo 13.6x per ogni punto Eps nella sua storia. Bene, il settore energetico traderebbe a 262,3, ovvero circa il 50% in meno del suo attuale prezzo! Insomma, quota 506,4, superiore del 93% del prezzo implicito, dovrà cadere e di molto, quando e se si imporrà un processo di inversione dei multipli. E cosa potrebbe funzionare da catalizzatore di questa dinamica? La storia recente ci dice che i multipli di utile per azione si sono contratti mediamente dell'8% durante i tre mesi seguenti a un rialzo dei tassi della Fed. E quell'8% vale per l'intero mercato, quindi la contrazione per il settore energetico sarebbe sicuramente molto peggiore: se quindi la Fed alzerà i tassi di un quarto di punto tra settembre e dicembre, allora i problemi nel settore petrolifero ed energetico potrebbero diventare di dimensioni Enron. 

Anche per un altro motivo, come ci mostra il quarto grafico. Fino a oggi, ratio P/E così "generose" per il settore energetico erano state grandemente garantite dall'accesso facilitato per le aziende al finanziamento attraverso bond ad alto rendimento o "junk", peccato che quel finanziamento si è del tutto prosciugato per le aziende dello shale. E questo cosa comporta? Che un torrente di 44 miliardi di dollari in debito ad alto rendimento e titoli azionari venduti nella prima metà di quest'anno hanno rallentato e non poco con il petrolio sceso a 42 dollari al barile, il 30% in meno dei livelli di giugno e il 60% in meno del giugno 2014, oltretutto con sempre maggiori previsioni pessimistiche all'orizzonte, visto che la stessa Iea ha parlato di saturazione del mercato fino a tutto il 2016. 

 

 

 

 



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