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FINANZA/ "L'effetto C" pronto a scatenare un'altra crisi

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La Cina, insomma, resta ancora un Paese diverso. Per certi versi assolutamente sconosciuto, come dimostra il reportage del Financial Times da Jingjin, città fantasma costruita sette anni fa tra Pechino e Tianjin, il porto investito dalla catastrofe ambientale: un investimento immobiliare su un'area doppia di Manhattan, abitato solo dagli addetti alla manutenzione o dei venditori che tentano invano di vendere una delle 2 mila lussuose residenze (più altre 4 mila ancora da costruire) che stanno cadendo a pezzi. La Cina di oggi, ammonisce il giornale, vanta numerose Jingjin ove sono state dilapidate immense risorse per sostenere la congiuntura sfidando le leggi del mercato. La svalutazione altro non è che l'ultima risorsa per sostenere l'industria manifatturiera, assieme all'edilizia, uno dei due cilindri della lunga crescita del Drago. 

Ma la svalutazione di Pechino interviene in un quadro ad alta tensione. Rupia indiana, ringgit malese, dong vietnamita e lira turca registrano nuovi minimi nei confronti del dollaro. L'indice azionario Morgan Stanley Capital Index Emerging Markets si muove su livelli che non si vedevano da quattro anni. E, quel che è peggio, la crisi economica fa da detonatore per nuove crisi politiche, da Istanbul a Bangkok, passando per Rio de Janeiro. Senza dimenticare Mosca, schiacciata dal tracollo (-40%) del rublo. 

Data la situazione, non stupisce che il ribasso abbia cominciato a contagiare le Borse occidentali. La stessa Federal Reserve sta prendendo atto che il mix petrolio+Cina minaccia di complicare i piani di rialzo dei tassi. L'Europa fa i conti con le minori vendite del lusso ma anche dell'automotive, oltre al rischio di una frenata del turismo da Oriente che va ad aggiungersi al calo degli acquisti russi. E la soluzione della crisi greca (aldilà delle annunciate dimissioni di Tsipras) non consola più di tanto: già batte alle porte, tanto per tenere alta la tensione dell'Eurozona, la prossima campagna elettorale in Spagna. 

Insomma, come dimostrano i prezzi delle materie prime e delle valute il mondo si avvicina pericolosamente ai numeri del 2009, sotto la pressione della crisi Lehman. Allora, a favorire la ripresa fu la forte espansione della Cina, garantita dal boom del credito e dall'afflusso dei capitali verso Est. Oggi al contrario, circa 1.100 miliardi di dollari hanno lasciato i Brics negli ultimi 13 mesi. E la Cina non può svolgere il ruolo di locomotiva. Sarebbe necessario un cambio di passo delle economie occidentali. Ma né l'Europa, né gli Usa sono in grado di (o vogliono) assumere l'iniziativa. 



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