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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ La domanda che "trasforma" l'Italia in Grecia

Angela Merkel (Infophoto)Angela Merkel (Infophoto)

Che dite, non è vero? Ma farsi domande così è scomodo e poi è agosto, ci sono le ferie, si suda, molto meglio attaccare Angela Merkel e magari anche quell'impietoso rigorista di Wolfgang Schaeuble. Fino a quando sarà così, fino a quando non ci faremo la domanda del perché non abbiamo vinto noi quella concessione ma ci trincereremo dietro l'ideologia del lamento e del complotto, non basteranno mille Jobs Act per cambiare una virgola, una singola virgola di questo Paese. Robert Hughes la chiamava la "cultura del piagnisteo" e d'altronde questo è il Paese dove per ogni problema - ma, soprattutto, per ogni inadempienza e inadeguatezza - c'è la soluzione pronto uso del populismo sovranista, ovvero dare la colpa di tutto, anche dei temporali e delle zanzare, all'euro. Siamo a questo livello, viviamo in un Paese dove l'Assemblea ragionale siciliana costa come tre Parlamenti europei di medie dimensioni, dove il tasso di assenteismo ed evasione fiscale è da Terzo Mondo, dove non si sanno spendere i fondi europei a disposizione ma si attacca l'Ue a ogni piè sospinto, dove intere aree del Mezzogiorno non sanno nemmeno cosa siano le tasse, dove i sindacati sono i primi difensori delle rendite di posizione, come il caso dei maxi-stipendi alla Cisl portato alla luce da Repubblica ha dimostrato (e guarda caso da giugno 2013 la Cgil ha perso 220mila iscritti, soprattutto giovani e precari), dove ai cancelli della Electrolux a Susegana, nel trevigiano, si sono dovuti mandare i carabinieri il giorno di Ferragosto, perché si temeva per l'incolumità dei 100 operai che volontariamentehanno scelto di lavorare per un extra in busta paga (70 euro per un turno di sei ore, dalle 6 del mattino a mezzogiorno, quasi l'elemosima dispensata ma mensilmente da Matteo Renzi) e perché c'era richiesta di sovra-produzione. Ma la colpa è dell'euro e della sovranità monetaria perduta. 

No, il problema è la mentalità di un Paese dove si fanno ferie in quantità industriale, quasi lavorassimo tutti in miniera e ci fosse bisogno di interi periodi di riabilitazione: su Facebook ho contatti che hanno cominciato a postare foto da località di vacanza a metà giugno e ancora non hanno finito, lavorano quattro giorni e poi via di weekend lunghi, ponti e permessi. E dobbiamo prendercela con i tedeschi per questo, per il nostro ontologico - in moltissimi casi - lazzaronismo? Io non mi sono mosso da Milano tutto agosto e vi assicuro che, grazie all'Expo, la città non è mai stata vuota come altri anni e anzi anche il centro città pullulavano i turisti stranieri. E i negozi? Salvo le grandi catene, tutti chiusi nelle due settimane centrali del mese: vi fanno schifo i soldi di quei turisti? Poi però vi lamentate della crisi e degli affari che non vanno bene, in compenso chiudete per ferie quindici giorni. Ferragosto, poi, serrata selvaggia, salvo per ristoranti e alcuni bar. Non succede da nessuna parte del mondo e le ferie le fanno anche loro, ma usano due paroline magiche: turnazione e buonsenso. 

Ma c'è dell'altro. I dati sono del 2012 ma la situazione, vi assicuro, può essere solo peggiorata e ci dice che agli italiani il fine settima fa male e così all'improvviso il lunedì mattina fioccano i certificati di malattia sulle scrivanie per i lavoratori dipendenti sia nel pubblico che nel privato. Il curioso dato è stato reso noto lo scorso anno, su dati appunto del 2012, dalla Cgia di Mestre del compianto Giuseppe Bortolussi, che ha rilevato che sono stati 6 milioni i lavoratori dipendenti italiani che hanno registrato almeno un caso di malattia. Mediamente, ciascun lavoratore dipendente italiano si è ammalato 2,23 volte ed è rimasto a casa 17,71 giorni: complessivamente sono stati quasi 106 milioni i giorni di malattia persi durante tutto l'anno. Oltre il 30% dei certificati medici che attestano l'impossibilità da parte di un operaio o di un impiegato di recarsi nel proprio posto di lavoro è stato presentato di lunedì. 


COMMENTI
22/08/2015 - L'Italia non è un Paese perduto. (Fausto Testaguzza)

Caro Bottarelli, la seguo da un quinquennio e confesso che ancora faccio fatica a comprendere bene le relazioni che con molto cuore ci sottopone, ma probabilmente è un mio problema e di questo me ne scuso. Tutto ciò non mi impedisce però di non essere completamente d'accordo con Lei circa la domanda che ci ha fatto oggi. Un domanda della quale condivido gran parte della sua lunga e accorata risposta. Non concordo invece solo con il fatto che questo Paese sia ormai irrecuperabile, perché se è vero che volere è potere, sta solo a noi italiani del 2015 ribaltare questa insostenibile situazione e non stancarsi mai di pretenderlo, proprio come sta facendo Lei ogni giorno. Concludo ringraziandola per questo e con la speranza che anche da noi arrivi quel profumo di Europa che ha accesso sempre tante speranze alla mia generazione e che dobbiamo tramandare ai nostri figli, in quanto nel mondo globalizzato, Lei mi insegna, solo se sapremo essere sempre più europei potremo giocare un qualche ruolo. Tanti Saluti e buon lavoro