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IDEE/ La "pagella" che aiuta il welfare in Italia

Pubblicazione:domenica 23 agosto 2015

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La maggiore strutturazione, che certo è utile per conseguire autorizzazioni e accreditamenti, frequentemente determina che imprese sociali, nate con una forte vocazione innovativa e sussidiaria, sono diventate eccessivamente "adesive" dei codici omologanti delle istituzioni della cura, utili per qualificare offerta e incrementare la professionalità, ma che finiscono per avvizzire l'innovazione e la responsabilizzazione delle persone, trasformate sempre in utenti o clienti, ma raramente in "co-produttori". 

Accade così che la valutazione degli esiti scompare dentro la valutazione del livello di compliance ai protocolli operativi. Si rinuncia così a una valutazione di impatto più ampia, capace di misurare le conseguenze complesse delle azioni. Una valutazione che non può essere il resoconto binario di una causa che genera un effetto, cosa del resto pressoché impossibile in campo sociale, dove la complessità delle variabili rende difficile quella "risonanza regolare" delle misurazioni fisiche. 

Questa complessità per troppo tempo è stata un alibi per rinunciare alla valutazione degli esiti e alla misurazione degli impatti sociali degli interventi. Ora il tema della misurazione degli impatti sociali è salito alla ribalta, nell'ambito delle iniziative in corso a livello europeo e non solo, intorno al tema dell'impresa sociale. Tanto che il G-7 ha dato vita a una specifica "task force" sul "social impact investment". 

Credo sia un'occasione da non perdere, per cercare di realizzare innovazione, ma soprattutto per avviare delle ricerche valutative e definire dei sistemi di misurazione degli impatti sociali, che ci aiutino davvero a rilevare il valore sociale ed economico degli interventi sociali. Dobbiamo cogliere questa occasione per chiedere, ad esempio, al mondo della finanza che si dichiara interessato a investire nelle imprese sociali, di sostenere i costi comunque importanti che l'implementazione di un sistema di valutazione richiede. 

In questa prospettiva il nostro ruolo, come dirigenti del terzo settore, dovrebbe essere quello di sviluppare sistemi di valutazione degli impatti sociali mettendo al centro la dignità dell'uomo e la ricerca di un progresso sociale, sgombrando il campo anche dalle stratificazioni ideologiche e politiche che spesso hanno caratterizzato e caratterizzano gli interventi di welfare. 

Nel terzo settore sul tema della valutazione scontiamo anche un difetto d'origine: in molti casi gli interventi realizzati da enti del terzo settore sono considerati "buoni per definizione", perché sono mossi da una finalità etica o caritativa, mentre credo sia indispensabile che tutti gli interventi sociali vengano valutati a partire dal risultato che ottengono cercando di esplorare anche quegli effetti che hanno ricadute più ampie che travalicano il singolo progetto o lo stretto ambito in cui si realizzano. 

Per questo ripongo tante attese positive nella crescita di una cultura dell'imprenditoria sociale e credo che l'impresa sociale possa essere un agente di innovazione importante per i sistemi di welfare. Secoli di storia economica e imprenditoriale hanno dimostrato il potenziale di trasformazione e innovazione degli uomini organizzati in impresa. Credo che questo potenziale evolutivo non si sia ancora espresso a pieno nei sistemi di welfare, dove la forma di impresa sociale, è la più adeguata. 

Organizzare la solidarietà per prendersi cura dell'altro; sviluppare forme di impresa di comunità per rispondere ai bisogni sociali e gestire beni comuni è una grande sfida per il terzo settore, ma è anche un'occasione per reinventare radicalmente la "funzione pubblica" in questo Paese. Organizzare queste attività in forma d'impresa è anche un modo per mettere immediatamente tutto il sistema di welfare davanti alla necessità di misurare efficacia ed efficienza, e quindi anche la sostenibilità economica e gli impatti sociali.



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COMMENTI
23/08/2015 - Il welfare è materia pubblica (Moeller Martin)

Il welfare europeo non solo funziona ed 'alla grande', ma è nel suo insieme il sistema più avanzato a livello mondiale. Reddito sociale, sanità, istruzione, sussidi per figli a carico, sussidi per la casa ecc. Si può passare l'intera vita a spese dello stato, senza mai studiare o lavorare e senza nessun problema. L'Italia non ha un welfare degno di dirsi europeo, ma questo è un problema tutto nostro. Se vogliamo adeguarci, una volta tanto impariamo dai sistemi funzionanti che non sprecano risorse finanziando la sussidiarietà dei privati ma realizzano un sistema rigidamente pubblico per fissare gli obbiettivi, controllarne la realizzazione e destinare i mezzi finanziari necessari. Se è possibile negli altri paesi dobbiamo riuscirci anche noi.