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IDEE/ La "pagella" che aiuta il welfare in Italia

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I sistemi welfare nascono come risposte a una serie di mancanze, carenze, handicap delle persone e delle società. Ma "di che è mancanza" il welfare di cui abbiamo bisogno noi in questo tempo? È evidente che, contrariamente a quello che ci si immaginava negli anni del welfare espansivo, il progresso economico non ci ha portato una minore domanda di protezione sociale, anzi accade esattamente il contrario, così come evidenti e stridenti sono i "fallimenti" del sistema di welfare tradizionale occidentale pensato soprattutto come intervento che doveva riequilibrare le iniquità determinate dalle inefficienze di Stato e Mercato. 

Per questo abbiamo sempre più bisogno di un "nuovo welfare" che risponda alle incomprimibili esigenze di protezione sociale e di cura. Un welfare che va inventato e che necessariamente richiede una capacità di trasformazione e di innovazione straordinarie che abbiamo il dovere di cercare, con un anelito e una "fame" altrettanto forti di quelle che hanno le trasformazioni epocali che si sono realizzate nelle tecnologie delle comunicazioni, che molto più di quanto non ci accorgiamo comportano anche delle mutazioni antropologiche, di cui spesso noi "operatori sociali" ci accorgiamo in ritardo.

Per molti aspetti le mancanze a cui rispondere oggi con i sistemi di welfare sono le stesse da secoli: le forme di esclusione sociale, le varie forme e sfaccettature delle povertà; le dipendenze e la disabilità, la malattia, le diseguaglianze nell'accesso a servizi e conoscenze. Ma forse su tutte la domanda principale che interroga oggi i sistemi di welfare è una domanda di relazione, di senso e di legami di fiducia. Una restituzione di speranza e di vita. 

Se guardiamo davvero quale impatto hanno realizzato i sistemi di welfare nel nostro Paese negli ultimi anni per quanto riguarda la riduzione delle diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza (non ripeto dati noti) abbiamo la certificazione del fallimento. In un certo senso nei sistemi di welfare continuiamo a migliorare le procedure, a qualificare l'offerta, professionalizzare le relazioni, strutturare gli standard, ma fatichiamo a leggere la domanda. Del resto tutti sappiamo come sia rassicurante e assolutorio dirsi, davanti a un problema che non si risolve, "Io però ho applicato correttamente la procedura!".

Si rischia così di rispondere alla carta, al formulario, e non alla persona. Anziché "riempire il cuore" della mancanza che la domanda di una persona ci porta con i suoi bisogni e la sua umanità, finiamo per riempire un modulo… e quindi rischiamo di perdere di vista il bambino, l'adolescente, l'anziano, la persona disabile, la famiglia che abbiamo di fronte, che diventano una "cartella" clinica o un formulario.

Ecco allora l'urgenza di trovare le modalità per valorizzare la sussidiarietà e la promozione delle capacità e competenze personali per generare nuovo welfare, lasciando spazio nuovo alla libertà di iniziativa. Credo che serva investire di più in "fiducia istituzionale" e valorizzare esperienze che sappiano essere generative, ma per fare questo serve anche un grandissimo sforzo culturale, migliorando la propensione di ciascuno di noi al cambiamento.

Per questo credo che gli interventi di welfare debbono essere a tutti gli effetti considerati come politiche dello sviluppo locale: progetti di inclusione sociale, realizzati connettendo le diverse risorse del territorio, hanno generato potenzialità per iniziative economiche che si sono estese a settori diversi dell'economia locale, dall'agricoltura al turismo, dall'energia alla tutela dell'ambiente e la valorizzazione di beni dismessi. 


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COMMENTI
23/08/2015 - Il welfare è materia pubblica (Moeller Martin)

Il welfare europeo non solo funziona ed 'alla grande', ma è nel suo insieme il sistema più avanzato a livello mondiale. Reddito sociale, sanità, istruzione, sussidi per figli a carico, sussidi per la casa ecc. Si può passare l'intera vita a spese dello stato, senza mai studiare o lavorare e senza nessun problema. L'Italia non ha un welfare degno di dirsi europeo, ma questo è un problema tutto nostro. Se vogliamo adeguarci, una volta tanto impariamo dai sistemi funzionanti che non sprecano risorse finanziando la sussidiarietà dei privati ma realizzano un sistema rigidamente pubblico per fissare gli obbiettivi, controllarne la realizzazione e destinare i mezzi finanziari necessari. Se è possibile negli altri paesi dobbiamo riuscirci anche noi.