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SPY FINANZA/ La scelta cinese che fa tremare i mercati

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Le fughe di capitali dai mercati emergenti hanno toccato quota 940 miliardi di dollari dal giugno 2014 e questo ha un impatto diretto anche negli Usa, dove i rendimenti dei junk bond sono ai massimi da tre anni, con il rischio di credito (ovvero di default) al massimo storico di 1110 per il comparto energetico. E, ancora, torniamo ai cicli economici, visto che il credito in Cina è cresciuto ai massimi da 31 mesi a luglio, anche se parte di esso era composta da roll-over su vecchio debito per calciare ancora un po’ in avanti la lattina. Di più, anche a livello fiscale le dinamiche stanno conoscendo un vero boom, con i governi locali che solo a giugno e luglio hanno emesso securities per quasi 200 miliardi di dollari: altro debito, oltretutto con alti tassi di interesse.

Per Simon Ward della Henderson Global Investors la massa monetaria M1 reale è in ripresa ed è tornata positiva dopo aver virato in negativo lo scorso anno per la prima volta in questo secolo e ora cresce a un tasso del 10%, almeno stando ai dati degli ultimi sei mesi. Il problema è che le fughe di capitali, in continuo aumento, complicano e non poco il quadro generale e la Pboc è stata colta con la guardia abbassata dalla reazione dei mercati alla svalutazione dello yuan, nonostante questa sia ancora sotto il 4% contro il 35% del Giappone da quando è iniziato il ciclo di Abenomics. Di più, una delle voci più deboli della lettura Pmi di venerdì scorso è stata proprio l’occupazione e questo deve far preoccupare, nonostante sempre più analisti dicano che quel dato esagera la debolezza reale dell’economia cinese e che le equities saliranno entro la fine dell’anno.

La ratio tra offerta di lavoro e richiedenti è passata in pochi mesi da 1.15 a 1.06, il calo più marcato dalla crisi Lehman Brothers. Per un certo periodo, il mercato del lavoro cinese ha infatti vissuto su due pilastri, ovvero cittadini che dalle aree rurali si spostavano in città per cercare lavoro e lavoratori di una certa età che uscivano dal mercato. Questa dinamica ha portato la ratio tra lavori offerti e persone in cerca di lavoro al rialzo dal 2010 fino alla fine del 2014, indicando che l’economia cinese era al limite della capacità di offerta e che ogni tipo di stimolo economico avrebbe avuto un impatto limitato.

Poi, qualcosa è cambiato. Quella ratio è cominciata a scendere nettamente all’inizio di quest’anno, di fatto portando a un breakdown del trend rialzista che deve aver colpito e non poco l’attenzione delle autorità. Tanto più che questa dinamica sottolinea ed evidenzia la severità reale del rallentamento economico in atto in Cina, di fatto spingendo il governo a intervenire, prima con l’investimento in progetti infrastrutturali, poi con l’allentamento delle regole sui mutui residenziali e infine con la svalutazione dello yuan.

Il problema è che con il trend demografico che vede la popolazione in età da lavoro che comincia a ritirarsi, l’unico modo per far crescere l’economia è attraverso una più alta produttività per unità di lavoro, la quale però richiede un’allocazione efficiente della risorse attraverso l’intero spettro economico. E questo, al netto del comunismo di facciata, non lo si ottiene attraverso lo stanziamento di risorse enormi in progetti faraonici di investimenti pubblici destinati a diventare ghost-town o autostrade verso il nulla. Insomma, un processo che richiederà anni. Ma forse, la Cina, non ha anni a disposizione di fronte a sé, deve agire prima, vista anche questa dinamica di debito, destinata a toccare il 250% del Pil in cinque anni. Insomma, dietro ai cali di Shanghai che fanno rumore e titoli su giornali ci sono altri problemi, strutturali e politici.



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