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SPY FINANZA/ La scelta cinese che fa tremare i mercati

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Ora che anche i media cosiddetti autorevoli si sono accorti che forse c’è qualche piccolissimo squilibrio sui mercati mondiali e tornano i titoli in prima pagina dedicati ai crolli azionari, vediamo cosa sta accadendo in Cina dietro le quinte dello Shanghai Composite che si schianta nonostante le continue iniezioni di liquidità della Banca centrale (Pboc). Gli ultimi dati disponibili, ci parlano di fughe di capitali dal Paese pari a 190 miliardi di dollari nelle ultime sette settimane, motivo per il quale le autorità monetarie sono dovute intervenire all-in sul mercato per difendere lo yuan.

L’esodo di fondi sta drenando liquidità anche dal mercato interbancario e ha spinto i tassi Shibor overnight in rialzo di 30 punti base negli ultimi dieci giorni di contrattazioni. Solo in luglio hanno detto addio alla Cina 90 miliardi di dollari, stando a dati di Nomura, e l’outflow è accelerato dopo i primi interventi diretti della Pboc, mentre le fughe nelle prime tre settimane di agosto sono vicine ai 100 miliardi di dollari, nonostante le regolamentazioni formalmente rigide in vigore in Cina sui flussi di capitale. Quasi certamente, la Banca centrale dovrà tagliare ancora i requisiti obbligatori di riserva per le banche per operare un offset sulla perdita di liquidità, addirittura nei prossimi giorni. E qualcuno azzarda oltre, ovvero a un Qe mascherato, dopo che la Pboc ha iniettato circa 160 miliardi di dollari nella China Development Bank per progetti di opere pubbliche, ottenendo poco o nulla.

È di venerdì scorso il dato in base al quale la manifattura del Dragone è scivolata ai minimi da oltre sei anni: la prima lettura di agosto dell’indice Pmi manifatturiero di Pechino si è attestato a 47,1 punti, in calo dai 47,8 punti di luglio e inferiore alle attese degli analisti che indicavano 48,2 punti. Per il sesto mese consecutivo la manifattura si attesta così sotto quota 50 punti, soglia che separa la crescita dalla contrazione economica. Di più, i nuovi ordinativi per l’export sono scesi a 46.0 mentre, esattamente come negli Usa del dollaro forte, le scorte di magazzino stanno salendo: un cocktail mortale.

Ma la Cina, per quanto sia ancora un regime molto chiuso, non patisce solo dinamiche di rallentamento interne e, anzi, sta guardando con sempre maggior preoccupazione all’ipotesi che la Fed nel meeting del 16-17 settembre prossimo decida davvero di alzare i tassi di un quarto di punto per la prima volta dopo otto anni, rischiando di schiantare del tutto i mercati emergenti e il nesso con il ciclo delle commodities. Per Danske Bank l’ultimo trend ribassista dei mercati emergenti appare peggiore del cosiddetto “taper tantrum” del 2013, quando la Fed terminò il Qe3 e diede vita a una tempesta perfetta che vide le valute turca, brasiliana, russa e della Malaysia precipitare in caduta libera. La tabella qui sotto ci mostra plasticamente la situazione attuale di svalutazione selvaggia in atto, prima ancora che la Fed abbia alzato i tassi.

 


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