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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ I "guai" che vanno oltre la Cina

La Cina cerca di affrontare la crisi e ha parecchi titoli di stato Usa tra le sue riserve. E il cambio euro/dollaro non è rassicurante. Il punto di MAURO BOTTARELLI

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Anche ieri, nonostante l'intervento della Banca centrale, le Borse cinesi hanno fallito il rimbalzo. Mettiamo la situazione del Dragone in prospettiva, per capirci: da inizio anno al picco del 12 giugno, il mercato cinese aveva guadagnato il 60%, oggi è a -8%. Bruciato tutto e di più in due mesi. Ma attenzione, ci sono delle spiegazioni e anche delle criticità nascoste, dietro al mero dato percentuale della Borsa. Primo, le autorità cinese martedì avevano fatto trapelare la loro intenzione di non intervenire più sul mercato per tutta la settimana in corso, visto che si stava discutendo su quale fosse l'atteggiamento migliore da tenere. Ovvero, a differenza degli Usa, in Cina si sta pensando all'ipotesi "sana" di lasciare che sia il mercato a trovare il suo livello di supporto, invece che continuare a gonfiare la bolla. Sintomo che la liquidità liberata è inteso che debba fluire nell'economia reale, ma, soprattutto, nella difesa dello yuan. Già, perché le condizioni di liquidità in Cina sono sotto enorme pressione e senza il taglio dei requisiti di riserva obbligatori per le banche, la situazione sarebbe potuta andare in stallo molto rapidamente. 

La chiave della crisi cinese è questa, la liquidità, ovvero l'utilizzo di riserve per difendere lo yuan sui mercati esteri e il volume di outflows di capitali che sta affliggendo il Paese. Alcuni report parlano di una Banca centrale (Pboc) che avrebbe già bruciato 200 miliardi di dollari di riserve dall'11 agosto scorso, giorno in cui è partita la svalutazione dello yuan, notizia che se confermata ci spinge a credere che servirà un'operazione molto più grande di taglio dei requisiti di riserva bancaria per operare un offsetting efficace, esattamente i 100 punti base che prospettavo lunedì. Pechino può permettersi di lasciare il mercato libero di cercare un floor, certo al costo di sempre più gente che vede i propri investimenti svanire nel nulla (rischi del mercato), ma non può permettere una libera fluttuazione dello yuan, a costo di svenare le riserve estere. 

Stando a calcoli che si rifanno alle metriche standard del Fmi per i mercati in via di sviluppo, la Cina potrebbe utilizzare altri 900 miliardi di dollari di riserve prima di toccare il limite consentito, insomma una cifra di notevole entità ma non illimitata in caso di guerra valutaria e downturn borsistico e dell'economia reale prolungati. E stando a recenti dati di Citigroup, le riserve cinesi - ancora oggi le più grandi al mondo a quota 3,65 triliardi di dollari ma in caduta rapida - non sono enormi come appaiono, visto il livello del debito estero di breve termine: la borderline, di fatto, sarebbe a quota 2,6 triliardi di dollari. Nel report la banca d'affari dice chiaro e tondo che «ci sono ragioni per mettere in dubbio la robustezza e l'adeguatezza delle riserve cinesi, poiché trattandosi di un mercato emergente il loro standard di livello è basso: solo Sudafrica, Repubblica Ceca e Turchia hanno ratio minori nel gruppo di nazioni che abbiamo peso in esame». 

Certo, ci sono dei segnali positivi nell'economia reale che lasciano intendere come le difficoltà attuali siano il prezzo da pagare prima che lo stimolo fiscale e la crescita del credito tornino a irrobustire l'impalcatura generale: i prezzi degli immobili sono saliti negli ultimi tre mesi di fila e la domanda di petrolio per carburante nel mese di luglio è salita del 17% su base annua e le importazioni di alluminio sono salite del 144%, sintomo che la crisi in quella settore strategico dell'industria stia sparendo.