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SPY FINANZA/ Le nuove "manovre" dietro al prezzo del petrolio

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Il Messico ha infatti comprato opzioni put - le quali danno il diritto di vendere a un prezzo e con una tempistica predeterminati - da alcune banche d'affari di Wall Street, le quale a loro volta hanno venduto futures sull'open market per coprire le loro stesse posizioni (e voi vi preoccupate del prezzo della benzina e dei rincari della filiera produzione-raffinazione-distribuzione): stesso schema dagli inizi degli anni Novanta, quando furono introdotte le prime forme di hedging. La cosa strana e che ha spiazzato un po' tutti è che tradizionalmente il Messico implementa le posizioni di copertura nella seconda metà dell'anno, quasi sempre a metà novembre, mentre questa volta ha cominciato molto prima, comprando opzioni da inizio giugno e terminando il 14 agosto. Un'operazione definita a Wall Street come «il più grande trade al mondo sui derivati petroliferi da parte di un governo». 

Solitamente il processo di hedging non impatta sui prezzi, ma in un mercato ribassista può accelerare il trend, tanto che le banche che hanno operato per conto del Paese latino-americano hanno dovuto vendere futures con il badile per coprire le loro posizioni, di fatto alimentando un spirale ribassista che ha schiantato i prezzi. E non è la prima volta, perché il Messico ha operato hedging durante un bear market petrolifero anche l'anno scorso e nel 2008. Quando è cominciata l'operazione di copertura in giugno il Brent era scambiato a 64,88 dollari al barile e quando è terminata era a 49,03, un calo del 24% in dieci settimane. Stando ai pochi dati filtrati, il Messico ha speso 1,09 miliardi di dollari per operare hedging su 212 milioni di barile per il 2016, qualcosa come 580mila barili al giorno, più o meno la produzione giornaliera dell'Ecuador, il secondo più piccolo membro dell'Opec. 

E proprio l'organizzazione dei Paesi produttori sembra terminata nel mirino delle polemiche in queste ore, visto che il ministro per il petrolio iraniano, Bijan Zanganeh, ha dichiarato di supportare la richiesta di un meeting d'emergenza per cercare una soluzione che sblocchi la spirale ribassista dei prezzi, sottolineando che il suo Paese «è intenzionato a riconquistare la quota di mercato a qualsiasi costo». E in effetti, Teheran era il secondo produttore dell'Opec dopo l'Arabia Saudita fino alle sanzioni di tre anni fa, visto che nel 2011 produceva 3,7 milioni di barili al giorno, mentre solo l'anno dopo la quota era scesa a 1,2 milioni. Nelle intenzioni del Paese, dopo l'accordo sul programma nucleare, ci sarebbe l'aumento della produzione di un milione di barili al giorno, obiettivo raggiungibile già un mese dopo l'eliminazione delle sanzioni. 

Capite da soli che se questo accadesse, porterebbe un'ulteriore saturazione del mercato e quindi un trend ancora ribassista, visto che già oggi l'Opec sta producendo ai massimi e superando di almeno 1,5 milioni di barili al giorno la sua quota cap di produzione di 30 milioni di barili. Ma il ministro Zanganeh non pare voler sentire ragioni: «Non abbiamo alternative, se non quella di aumentare la nostra produzione. Se non lo faremo prontamente, perderemo a livello permanente la nostra quota di mercato». Di più, «il meeting d'emergenza deve assolutamente tenersi e tutti i membri Opec devono partecipare. Soltanto attraverso un ampio consenso si possono raggiungere dei risultati». 



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