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SPY FINANZA/ Le nuove "manovre" dietro al prezzo del petrolio

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A oggi la prossima riunione dell'organizzazione è in programma a Vienna il prossimo 4 dicembre e Zanganeh si dice poco fiducioso verso una riunione che si tenga prima di quella scadenza, soprattutto per l'opposizione dell'Arabia Saudita, la quale sta utilizzando il basso costo del petrolio come arma nella guerra per le quote di mercato contro i produttori shale statunitensi, i quali stanno già patendo i margini ristretti che simili quotazioni permettono rispetto al break-even produttivo. 

La questione, però, è ancora più complessa di così. Domenica scorsa, le Borse del Golfo si sono letteralmente schiantate al suolo, una notizia la cui eco è stata amplificata anche dalla contemporanea chiusura delle altre piazze finanziarie. E proprio l'Arabia Saudita ha patito il colpo peggiore a causa delle propria situazione fiscale, legata ai minori introiti petroliferi, come ci mostrano i grafici a fondo pagina. Il deficit fiscale di Riyad è infatti nell'ordine del 20% del Pil, proprio mentre il Paese sta affrontando il primo deficit di conto corrente da un decennio a questa parte. Una situazione, però, della quale l'Arabia stessa è in parte responsabile, vista la sua politica anti-shale. Oggi, però, con gli introiti in continuo calo e l'aumento delle spese per gli interventi militari in Yemen, i sauditi stanno operando ad altissimi costi sul mercato obbligazionario per finanziarsi, una scelta che porterà a un incremento della ratio debito/Pil del 10% entro la fine dell'anno prossimo e che va a mettere in discussione la sostenibilità stessa del peg tra riyal e dollaro.

Detto fatto, in sede di elaborazione del budget per il prossimo anno, il governo sta pensando a tagli per miliardi di dollari: la spesa per investimenti pubblici, quest'anno a quota 102 miliardi, sarà tagliata del 10% o più e se anche gli stipendi pubblici non subiranno decurtazioni, tanto per evitare anche tensione sociale, saranno molti i progetti già in cantiere a essere posticipati o cancellati del tutto. Con gli introiti dal petrolio che pesano per il 90% delle entrate, per Riyad la vita si fa difficile e i 35 miliardi di riyals ottenuti dal mercato obbligazionario locale (la prima volta dal 2007 che si emette carta con scadenza superiore ai 12 mesi) non sono sufficienti a tamponare il gap, visti anche gli alti costi di servizio di quel debito. 

Gli investimenti capitali pesano meno della metà delle uscite del governo, con la spesa corrente stimata in 854 miliardi di riyals e lo stesso Fmi nell'ultimo report dedicato al Paese ha parlato della necessità di «riforme ad ampio raggio del prezzo dell'energia, controllo stringente del costo degli stipendi pubblici e una molto maggiore efficienza negli investimenti pubblici. Il netto calo delle entrate derivanti da petrolio e la continua crescita della spesa potrebbe tramutarsi un un grande deficit fiscale quest'anno e sul medio termine, un qualcosa in grado di erodere il cuscinetto fiscale di difesa costruito nella scorsa decade». 

L'Arabia continuerà testardamente la sua guerra sul prezzo del petrolio o sarà tentata da un'opzione bellica in senso stretto, magari cercando di spingere Vladimir Putin ad abbandonare Assad al suo destino o spingendo per un fallimento dell'accordo tra Iran e Occidente sul programma nucleare, opzione molto ben vista da Israele e da una larga parte dei Repubblicani statunitensi? Ricordatevi che nel 2016 negli Usa si vota per il nuovo presidente e il petrolio è sempre stato un argomento molto importante, ancorché mai citato pubblicamente.

 

(1- segue)

 

 



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