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SPY FINANZA/ Le nuove "manovre" dietro al prezzo del petrolio

I movimenti del prezzo del petrolio degli ultimi giorni sono al centro della riflessione di MAURO BOTTARELLI, che arriva in breve ai principali Paesi del Medio Oriente

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Cos'è successo giovedì al petrolio? Come è possibile che il Wti sia passato intraday da 38,50 dollari a 41 dollari, un aumento del 10%, il maggiore dal marzo 2009? Il balzo di ieri a 45 dollari, infatti, ha una spiegazione, più psicologica che altro, ovvero l'ingresso delle truppe saudite nello Yemen del Nord, dove hanno preso controllo di due aree nella provincia di Saada, ma quanto accaduto 48 ore fa è invece misterioso. La narrativa vuole che sia tutto dovuto al rallentamento della produzione shale americana e al dato che la scorsa settimana ha visto calare le scorte Usa di 5,45 milioni di barili al totale di 450,8 milioni, stando a dato dell'Energy Infomation Administration. Peccato che in contemporanea a Cushing, in Oklahoma, il più grande hub del Paese per lo stoccaggio e il delivery dei futures Wti, le scorte siano cresciute per la seconda settimana di fila, arrivando a 57,7 milioni di barili. Ancora una volta, non sono le dinamiche produttive e di domanda/offerta a muovere i prezzi, c'è dell'altro. E ce lo mostrano i primi due grafici a fondo pagina, dai quali si percepisce immediatamente che qualcosa sta cambiando, visto che il Wti è salito di valutazione in contemporanea con la crescita dello USD Index, una correlazione tra due assets normalmente uniti in negativo che ha cambiato completamente direzione dopo un avvenimento della scorsa settimana: la pubblicazione delle minute della riunione di luglio del Fomc, il Comitato monetario della Fed. 

Qualcun altro ha messo in relazione l'aumento del prezzo del greggio con la revisione al rialzo del Pil Usa comunicata proprio giovedì, con il dato di crescita per il secondo trimestre di quest'anno addirittura al 3,7% dal 2,3% iniziale, quando il più che ottimistico consensus di Wall Street era al 3,3%. Tranquilli, i soliti trucchi contabili alla Fausto Tonna, visto che il terzo grafico ci mostra come il dato sia giustificato in gran parte dall'ennesimo aumento record delle scorte di magazzino, una dinamica che nei prossimi trimestri andrà in reverse in maniera epica - parliamo di scorte per 140 miliardi di dollari! - e ristabilirà un equilibrio realistico. 

Certo, c'è stata la chiusura di due pipeline in Nigeria a causa di furti di parti delle attrezzature, ma può questo giustificare quel balzo in un mercato in totale saturazione da offerta come quello petrolifero attuale e con la Cina in netto rallentamento economico? Certo, siamo ancora giù del 31% rispetto ai picchi di giugno, ma un movimento simile ci dice altro, ovvero che qualcuno sta per fare qualcosa. Oppure, che si è toccato il proverbiale bottom e ora si comincia a risalire. Vediamo un'ampia panoramica dei principali players in gioco e, alla fine, vi farete voi stessi un'idea di cosa attendervi. La certezza è una sola: non c'è niente da fare, il petrolio non è una commodity, è un asset finanziario. 

Ricordate il crollo del prezzo del barile occorso questo mese? Io, come tanti altri, avevo dato la colpa all'aumento della produzione ai massimi da parte dell'Arabia Saudita e del ritorno sul mercato dell'Iran dopo l'accordo sul programma nucleare. Bene, salta fuori che l'attore principale di quel tonfo, invece, sia stato un altro, totalmente inaspettato: il Messico. La nazione sudamericana, infatti, non incide direttamente sul flusso del petrolio fisico, ma lo ha fatto in maniera molto pesante a livello finanziario, visto che una serie di contratti derivati stipulati dal governo hanno accelerato il trend ribassista, come ci mostra il quarto grafico.