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DOLLARO & EURO/ Se Yellen e Draghi marcano visita a Jackson Hole

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Janet Yellen (Infophoto)  Janet Yellen (Infophoto)

Gli stessi rumor di discesa in campo dell'attuale vice di Obama, Joe Biden, non calmano i timori di una campagna elettorale "di rottura", indipendentemente dall'esito: dodici mesi al termine dei quali l'America sarà comunque diversa da quella attuale. Cosa si muoverà, in ogni caso, una Fed "democratica" già alle prese con molti rompicapi strattemente economico-monetari? Se la candidatura Clinton avesse marciato con sicurezza è probabile che il rialzo dei tassi sarebbe stato graduale ma lineare: da manuale. Ma almeno fino alle primarie dello Iowa (e mancano ancora cinque mesi) è difficile predire se il "grillismo" di Trump rimarrà in campo, costringendo prevedibilmente tutti i candidati nei due campi ad alzare i toni a tutto campo. Mettendo quasi certamente nel mirino la Fed. 

 Il crollo dei mercati cinesi  - un crollo ben poco trasparente ma non solo per colpa dei mandarini di Pechino e Shanghai - ha avuto d'altronde l'effetto di ri-agitare lo spettro della fragilità finanziaria globale, sette anni dopo il crack Lehman. E non c'è da stupirsi se - alla vigilia di Jackson Hole - sia stato il presidente della Fed di New York (cioè di Wall Street) a parlare di "minori probabilità" per una prima stretta dei tassi a settembre. Non è difficile leggere in controluce il lobbismo delle grandi banche Usa, naturalmente poco felici di lasciare il paradiso terrestre dei tassi zero. Che la disintossicazione dei banchieri miracolati dall'"iperliquidità di stimolo" sarebbe stata problematica era del tutto prevedibile: ma il riflesso anti-stretta di Wall Street è scattato comunque e non è privo di argomenti contingenti. La Yellen - di per sé una "colomba" convinta che gli stimoli funzionino e creino reddito e occupazione - è stata nominata di un presidente che passerà alla storia per non aver per nulla "fatto ordine" a Wall Street dopo il 2008. Nell'ultimo anno del suo mandato Obama lascerà che la sua Fed contrasti i desiderata dei baroni di Lower Manhattan? O confermerà l'impressione che - sei settimane dopo lo tsunami di Wall Street - siano stati proprio quei baroni a sostenere in maniera decisiva "il primo presidente afro alla Casa Bianca"? 

 Mario Draghi, certamente, ha avuto un buon pretesto per evitare un'uscita pubblica che - a differenza dell'anno scorso - presentava più insidie che opportunità. Il Qe dell'euro è costato molto in termini politici al presidente della Bce. che ha dovuto pagare un conto salato a stretto giro. Due mesi fa ha dapprima dovuto accettare una convocazione da parte del cancelliere tedesco Angela Merkel e poi essere oggetto di un duro attacco da parte del ministro delle Finanze Schäuble, nelle ore più concitate dell'eurovertice salva-Grecia. Non è momento - in Europa - per parlare di politica monetaria. E non sembra più il momento dei super-banchieri centrali: su alcuna delle due sponde dell'Atlantico.

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