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Economia e Finanza

DOLLARO & EURO/ Se Yellen e Draghi marcano visita a Jackson Hole

Il summit di Jackson Hole ha marcato il "disordine monetario internazionale" dopo il tentativo di staffetta fra Fed e Bce avviato l'anno scorso dai due presidenti. ANTONIO QUAGLIO

Janet Yellen (Infophoto)Janet Yellen (Infophoto)

Il seminario organizzato a Jackson Hole ogni fine agosto dalla Fed di Kansas City tramanda probabilmente al meglio la memoria di Bretton Woods: il summit di banchieri centrali, ministri ed economisti che - fra boschi e laghi del Nord America - nel 1944 ridisegnò l'ordine monetario internazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale. Dodici mesi fa, certamente, la due giorni sulle montagne dello Wyoming ha avuto un reale profilo world class. E' stato lì che Mario Draghi, presidente della Bce, ha avviato la sua campagna pro quantitative easing dell'euro, condotta poi a termine lo scorso gennaio: tra mille fatiche ma con successo. E nell'agosto 2014 ad ascoltare Draghi c'era Janet Yellen, neo-presidente della Fed, a sua volta impegnata a calibrare il signalling del progressivo superamento del triplo quantitative easing del dollaro e dell'era dei tassi zero. Fin da allora la stessa Fed sembrava aver collocato un primo rialzo entro il primo semestre di quest'anno. La presenza fisica di Draghi e Yellen a Jackson Hole, in ogni caso, esprimeva di per sé un pur laborioso "ordine monetario globale": la cui sintesi estrema sembrava essere una "staffetta" di stimoli monetari alla ripresa (realizzata negli Usa e da accelerare nell'eurozona  sullo sfondo di un rallentamento del ciclo cinese, atteso e apparentemente pilotabile nell'ambito dell'"ordine").

Jackson Hole 2015, chiusasi ieri sera, è stata l'esatto contrario dell'edizione precedente: priva di rilievo politico-mediatico anzitutto perchè disertata dai due protagonisti dell'anno prima. La narrativa ufficiale dice che Yellen ha deciso per tempo di mantenere un opportuno riserbo nel conto alla rovescia verso il Fomc del 16-17 settembre: quello che dovrebbe decidere il primo rialzo dei tassi. Draghi, dal canto suo, avrebbe ritenuto non obbligatorio - e forse non opportuno - presenziare a un summit senza la Yellen. L' effetto plastico è stato comunque il venir meno di qualsiasi segno di ordine. E il "gran disordine sotto il cielo" non sembra essere figlio soltanto delle ultime turbolenze alla Borsa cinese. E forse neppure dell'imprevisto luglio bollente dell'euro, scosso dall'ennesima crisi greca.

La scelta cui la Fed della Yellen è chiamata fra tre settimane scarse si prospetta molto più complessa di una semplice valutazione tecnica sulla solidità della ripresa Usa: sui decimali in più del Pil a giugno rispetto alla attese, sull'occupazione più o meno "piena" oppure sul pre-allerta inflazionistico lanciato proprio ieri a Jackson Hole dal vice della Yellen, Stanley Fischer. Sul Fomc premono invece almeno due ordini di fattori, non solo economici.

Il primo - forse più importante - è l'inizio inatteso della campagna per le presidenziali Usa del 2016. Lo scenario di una candidatura forte di Hillary Clinton alla successione democratica di Obama alla Casa Bianca sta perdendo credibilità: sia per l'inchiesta dell'Fbi sull'ex segretario di Stato, sia soprattutto per l'imprevisto boom della candidatura "antipolitica" di Donald Trump.