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SPY FINANZA/ I rischi e le guerre legate all'oro nero

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Per Kimberly Wood, socio dello studio Norton Rose Fulbright di Londra, specializzato in fusioni e acquisizioni nel comparto petrolifero, «se il prezzo resterà sotto i 40 dollari al barile, allora lo shakeout potrebbe essere davvero profondo. Il volto stesso dell'industria potrebbe cambiare nei prossimi 5-10 anni e se le quotazioni non risaliranno, il numero di bancarotte e accordi non profittevoli è indubitabilmente destinato a salire». Il primo grafico a fondo pagina ci offre una visione d'insieme. I costi di servizio del debito cresceranno per il resto di questa decade, con 72 miliardi di dollari a maturazione quest'anno, 85 miliardi nel 2016 e 129 miliardi nel 2017, stando a dati della Bmi Research. Nei prossimi cinque anni andranno a scadenza 550 miliardi di controvalore in bond: il 20% di questo totale sarà in carico a produttori Usa, il 12% a quelli cinesi e il 9% a quelli britannici. Negli Usa il numero di bond con rendimento sopra al 10% è quadruplicato arrivando a 80 lo scorso anno, mentre sono 26 le aziende europee in questa categoria di rischio, tra cui la Guld Keystone Petroleum e la En Quest Plc. 

E purtroppo questo calo delle valutazioni ha portato anche alla rottura verso i minimi di alcune metriche di utile, visto che il margine di profitto per i 108 membri del Msci World Energy Sector Index, che include giganti come Exxon Mobil e Chevron, è il più basso dal 1995, il primo anno di tracciatura del dato. Per Erik Rohmesmo, analista del credito alla Clarkson Platou Securities, «ci sono molti crediti che semplicemente non saranno in grado di rifinanziare ed estendere le scadenze e potrebbe avere bisogno di racimolare equity addizionale. Il problema è: saranno in grado con il debito a questi livelli?». Fino a oggi, alcuni produttori Usa sono stati in grado di guadagnare tempo e spazio operativo grazie al leverage sui loro assets a basso costo per finanziarsi all'inizio dell'anno e ripagare i debiti, un qualcosa che ha abbassato il costo del servizio, ma il secondo grafico ci mostra come difficilmente potranno utilizzare nuovamente questa opzione, visto che le aziende del comparto energetico sono state le peggio performanti tra i 10 gruppo industriali nel Msci World Index. 

Inoltre, incombono i downgrade dei rating di queste aziende, un ulteriore ostacolo sulla strada di queste compagnie verso un finanziamento a basso costo: in aprile Standard&Poor's ha tagliato la valutazione di Eni, mentre Moody's ha operato il downgrade del debito di Tullow Oil a marzo. Insomma, in situazioni simili i players più grandi sopravviveranno, nonostante perdite dolorose e ridimensionamento degli investimenti, mentre i più piccoli, quelli che dipendono da assets minori, potrebbero avere problemi molto più seri. E, possibilmente, non superare questa crisi. Insomma, prospettive fosche. 

Non è detto, perché ci sono anche indicatori che parlano un'altra lingua e che ci dicono che i mercati fisici del greggio si sono stabilizzati, se non rinforzati, nelle ultime settimane anche grazie alla Cina, la quale sta sì rallentando come economia ma continua a sfruttare i bassi prezzi per riempire al massimo le proprie riserve strategiche, come mostra il terzo grafico.