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SPY FINANZA/ Il calo del petrolio avvicina una guerra

Pubblicazione:giovedì 6 agosto 2015

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Il Sistema pensionistico dei dipendenti pubblici della California, un fondo da 303 miliardi che garantisce benefits a 1,72 milioni di persone, deteneva una quota della Pioneer Natural Resources Co. pari a 91,8 milioni di dollari nel giugno del 2014, un'azienda che all'epoca valeva 33 miliardi di dollari ed era uno dei principali produttori di shale oil del Texas. Oggi la Pioneer vale meno di 19 miliardi di dollari e il Fondo californiano ha visto la sua partecipazione perdere circa 40 milioni di valore di mercato. Ed ecco che da giugno dello scorso anno, la capitalizzazione di mercato totale della 157 compagnie energetiche quotate sull'MSCI World Energy Sector Index di Bloomberg o sul Bloomberg Intelligence North America Independent Explorers&Producers Index ha perso circa 1,3 triliardi di dollari. Certo, se il prezzo del petrolio rimbalzerà gli investitori potranno rifarsi di qualcosa, ma sicuramente i valori del barile non risaliranno così velocemente come sono scesi: dopo la bolla tech del 2000, capace di spazzare via 7 triliardi di valore di mercato dal Nasdaq Composite, ci sono voluti circa 15 anni prima che il mercato tornasse ai valori pre-crollo. 

E stando a un recente sondaggio condotto sempre da Bloomberg, l'attesa di risalita media per il prezzo del petrolio da qui al primo trimestre del 2016 è di meno di 20 dollari al barile. Ma se in America si piange, altrove un eventuale calo ulteriore del prezzo del barile in area 40 dollari vorrebbe dire problemi seri di tenuta stessa delle finanze statali. Mi riferisco alla Russia, la quale sta già affrontando recessione e sanzioni internazionali, oltre a un'inflazione quasi a doppia cifra e che potrebbe vedere la propria Banca centrale costretta a un aumento dei tassi di emergenza - dopo quattro tagli già compiuti solo quest'anno - se per caso la dinamica del prezzo dovesse diventare ulteriormente ribassista, almeno stando al 65% degli economisti che hanno risposto al sondaggio di Bloomberg tra il 24 e il 29 luglio scorso. 

Di più, per il 39% degli interpellati il governo potrebbe arrivare a imporre controlli sui capitali in stile greco e il 22% prevede la nazionalizzazione di almeno un paio delle principali banche. E attenzione, perché lo scenario dei 40 dollari è quello peggiore adottato dalla stessa Banca centrale russa nelle sue simulazioni pre-compilazione del budget, un quadro che vedrebbe un deficit di circa 600 miliardi di rubli e il raddoppio delle sofferenze bancarie: il 69% degli economisti interpellati ritiene queste stime accurate, sia riguardo i rischi per l'economia russa che per gli istituti bancari. 

Come ci mostra l'ultimo grafico, l'impatto sulla crescita del petrolio a 40 dollari al barile sarebbe particolarmente severo, capace di indebolire il rublo del 65% sul dollaro entro la fine di quest'anno e di causare all'economia una contrazione del 5% quest'anno e dell'1% nel 2016. Cifre che vanno comparate con lo scenario più avverso compilato da Bloomberg nel suo ultimo survey mensile, dal quale emerge consenso per una contrazione del 3,5% dell'economia quest'anno e una crescita dello 0,5% per il prossimo. Ma anche con il petrolio che trada in area 50 dollari al barile, gli economisti vedono un 83% di possibilità di recessione nei prossimi 12 mesi, giù rispetto al 95% dello scorso mese, ma comunque il dodicesimo mese di fila in cui la previsione è ben al di sopra del mark del 50%. 


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