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IL CASO/ La grande balla del baratto delle tasse

A cittadini morosi o in cambio di uno sconto sulle tasse, alcuni comuni chiedono lavoretti. Per RAFFAELE IANNUZZI sembra una cosa positiva, ma in realtà non lo è

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Si chiama “Decreto sblocca Italia”, Legge 11 novembre 2014, n. 164. Non ha sbloccato niente, di fatto, ma ha creato un fenomeno che si definisce e misura così, seguendo il testo stesso della legge: «Art. 24. - (Misure di agevolazione della partecipazione delle comunità locali in materia di tutela e valorizzazione del territorio). - 1. I comuni possono definire con apposita delibera i criteri e le condizioni per la realizzazione di interventi su progetti presentati da cittadini singoli o associati, purché individuati in relazione al territorio da riqualificare. Gli interventi possono riguardare la pulizia, la manutenzione, l'abbellimento di aree verdi, piazze, strade ovvero interventi di decoro urbano, di recupero e riuso, con finalità di interesse generale, di aree e beni immobili inutilizzati, e in genere la valorizzazione di una limitata zona del territorio urbano o extraurbano. In relazione alla tipologia dei predetti interventi, i comuni possono deliberare riduzioni o esenzioni di tributi inerenti al tipo di attività posta in essere. L'esenzione è concessa per un periodo limitato e definito, per specifici tributi e per attività individuate dai comuni, in ragione dell'esercizio sussidiario dell'attività posta in essere. Tali riduzioni sono concesse prioritariamente a comunità di cittadini costituite in forme associative stabili e giuridicamente riconosciute».

Non mi interessa tanto riflettere sulla positività o meno dell’art. in oggetto. Ormai sappiamo che alcuni Comuni - nel Nord, Centro e Sud, qui differenze non sussistono - hanno usufruito della possibilità di utilizzare il lavoro di cittadini morosi, con beni oggetto di pignoramento, insomma indebitati, dunque non più sovrani, oggettivamente dei sudditi, al fine di riqualificare il territorio, per dirla con una categoria forse perfino eccessiva (si è parlato e scritto di “baratto delle tasse”). Allora, mentre quasi tutti si interrogano o sulla praticabilità dell’azione in oggetto o del peso numerico ormai rilevante dei soggetti interessati, essendo sei case su dieci pignorate, in questo Paese, da alcuni anni, per non parlare delle tasse, imposte e affini, io vorrei intervenire su un altro aspetto: la sussidiarietà.

Definizione tecnica: “In generale, il principio di sussidiarietà attiene ai rapporti tra i diversi livelli territoriali di potere e comporta che, da un lato, lo svolgimento di funzioni pubbliche debba essere svolto al livello più vicino ai cittadini e, dall’altro, che tali funzioni vengano attratte dal livello territorialmente superiore solo laddove questo sia in grado di svolgerle meglio di quello di livello inferiore”. Accettabile definizione, chiara e comprensiva degli elementi costitutivi della singolare realtà, che tutti danno per scontata con una malcelata ansia di censurarne il potenziale dirompente, a mio avviso, da fonte prestigiosa.

Ora, risulta chiaro che questo collegamento tra le istituzioni e i cittadini, nella sussidiarietà, costituisca fatto di assoluto interesse se e solo se la libertà dei singoli abbia modo di esprimersi e anche creativamente. Perché il quadro istituzionale, cosa già nota a Pio XI e genialmente espressa nell’ enciclica Quadragesimo Anno, anno di grazia 1931, rappresenta la condizione di possibilità generativa dello sviluppo dal basso della società e dell’economia.

Recuperiamo il succo di questa illuminante verità, secondo la lettera della Quadragesimo Anno, articolata dove? Nella sezione, la n.5, che reca un titolo che è tutto un programma: Restaurazione dell'ordine sociale. Non so se mi spiego: l’ordine sociale deve essere restaurato perché, tanto per non far nomi, lo Stato l’ha destrutturato, pianificando il caos, e poi costringendo i cittadini a inventarsi agenti della sussidiarietà coatta.