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Economia e Finanza

MERCATI/ Ora la Cina scarica la sua crisi sui T-bond (e sulla Fed)

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Dopo questi dati, il dollaro continuava a perdere terreno nei confronti dell'euro (cross a 1,12032) e dello yen (cross a 121,304), sulla scia dei mercati azionari che iniziavano la settimana in territorio negativo, complici le voci in base alle quali la Cina avrebbe annunciato di voler abbandonare i tentativi di sostenere il mercato attraverso altre manovre, spingendo gli investitori a ridurre le posizioni nei confronti delle valute associate al clima di appetito per il rischio. La vedo però molto dura, perché nonostante le dichiarazioni di facciata, ieri il "Plunge Protection Team" è entrato pesantemente in gioco sulla chiusura delle contrattazioni, comprando con il badile sul suo indice preferito, l'SSE 50 delle grandi aziende quotate e spingendolo dai minimi di 2071 punti a una chiusura in verde, con un aumento di 140 punti sul finale. Dato che ha reso possibile anche il -0,78% dello Shanghai Composite, che infatti in contrattazione aveva toccato anche il minimo intraday di -4%!

In generale, tra gli investitori c'è un sentimento incerto per diversi motivi: in primis, come già detto, oggi sarà pubblicato l'indice PMI manifatturiero cinese di agosto, molto importante da monitorare per i timori che ci sono sulla crescita della Cina; in secondo luogo, giovedì ci saranno l'annuncio sui tassi di interesse da parte della Bce e la conferenza stampa del presidente, Mario Draghi, con il mercato che si focalizzerà sulle eventuali dichiarazioni relative alla possibile espansione o meno del QE. Infine, venerdì sarà pubblicato il dato americano sui nuovi posti di lavoro nei settori non agricoli di agosto (consenso fissato a 218mila unità), elemento che potrebbe condizionare la Fed sulla tempistica del primo rialzo dei tassi durante la riunione del Comitato monetario (FOMC) del 16-17 settembre prossimi. E nonostante il presidente della Fed, Janet Yellen, non abbia mai lasciato trapelare una definitiva indicazione temporale sull'avvio della politica restrittiva, la necessità di intraprendere un cammino che porti verso una normalizzazione dei livello dei tassi è argomento di discussione da ormai diversi trimestri negli Stati Uniti.

"Anche se i livelli di inflazione restano particolarmente sotto tono e, in particolare, non vi è al momento alcun segnale di pressione al rialzo sui salari, si ritiene che comunque un livello dei tassi eccessivamente contenuto possa nel tempo generare bolle sui mercati, nonché creare ampi squilibri nell'allocazione degli investimenti, favorendo comportamenti di azzardo finanziario", sostengono gli esperti di Jci Capital. Ora che il mercato del lavoro è giunto in prossimità degli obiettivi che la Fed si era posta e ora che i dati economici nel loro complesso sembrano supportare una svolta in termini restrittivi della politica monetaria, il recente deterioramento subito sia dai listini azionari mondiali che dalla maggior parte delle valute dei Paesi emergenti è giunto come un fulmine a ciel sereno, sparigliando nuovamente le carte in tavola. Ma ricordate, per contrastare il QT della Cina, Washington deve per forza operare il QE4. Non c'è alternativa. O meno di una guerra, valutaria (ma in grande stile) o meno. 

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