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MERCATI/ Ora la Cina scarica la sua crisi sui T-bond (e sulla Fed)

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Anche ieri il principale indice cinese, lo Shanghai Composite, ha chiuso in ribasso dello 0,78%, nonostante il governo abbia dato ordine ai brokers di intervenire per spingere al rialzo il mercato: insomma, capitalismo di Stato al 100%. In attesa del dato PMI manifatturiero previsto per oggi, diamo un'occhiata da una diversa angolazione al problema del Dragone, ovvero l'effetto collaterale della svalutazione dello yuan e le sue conseguenze a livello globale. Il dato principale è uno solo: il persistente intervento sul fronte monetario in supporto della sua valuta sta costando a Pechino in termini di riserve estere e, soprattutto, ha una diretta correlazione con lo spread dei Treasuries americani, di cui la Cina è principale detentore. In due settimane a partire dalla prima svalutazione dell'11 agosto, la Cina ha infatti venduto bond statunitensi per un controvalore di oltre 100 miliardi di dollari, più di quanto non avesse scaricato da inizio anno. Avanti di questo passo, alla fine, il volume stimato del carry trade sullo yuan potrebbe comportare il fatto che la Cina debba liquidare qualcosa come 1 triliardo di obbligazioni sovrane Usa, un'operazione che di suo si sostanzierebbe come un'eliminazione del 60% del QE3 della Fed e potenzialmente porterebbe a gravare sulla testa della carta Usa a 10 anni qualcosa come 2mila punti base di pressione rialzista sul rendimento. La fine.

E non dimentichiamoci che non stiamo parlando solo della Cina, perché se i Paesi emergenti continueranno a patire pressioni sulle loro valute, si comporteranno nella stessa maniera. E, peggio ancora, a questa simpatica compagnia di giro andrà a sommarsi anche il peso della fine totale del riciclo di petrodollari, visto che con il petrolio a questi livelli i Paesi esportatori non hanno più surplus in biglietti verdi da immettere sul mercato sotto forma di acquisti di assets Usa, quindi ulteriore scarsezza di liquidità. Qual è il rischio che ci troviamo di fronte, insomma? Che dopo aver fatto l'abitudine all'acronimo QE, dovremo farci diventare familiare l'acronimo QT, ovvero "quantitative tightening", ovvero il restringimento quantitativo da parte della Cina, qualcosa che la Fed proprio non vorrebbe si palesasse sul mercato in un momento in cui si trova ancora nel guado della decisione sull'aumento dei tassi. Ma qual è il potenziale cinese di nuove fughe di capitali: alto, come ci dicono questi grafici:


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