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SPY FINANZA/ Se la Banca Mondiale tira per la giacca la Fed sui "tassi zero"

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Janet Yellen (Infophoto)  Janet Yellen (Infophoto)

E qui torna protagonista quanto vi ho appena detto, ovvero la revisione delle linee di credito, denominata in gergo "Redetermination of the borrowing base", la quale avviene ogni anno ad aprile e ottobre. La logica è basica: per ottenere finanziamento, i produttori devono postare del collaterale a garanzia di quel prestito ma con il prezzo del petrolio sempre sui minimi e i margini di guadagno ridotti all'osso, le garanzie legate all'attività non hanno più il valore che avevano lo scorso anno o anche soltanto durante la revisione di aprile, quando si sperava nel rimbalzo estivo.

Detto fatto, da calcoli di Citigroup ci dobbiamo aspettare una riduzione tra il 5% e il 15% delle linee di credito concesse: un dramma per molti produttori ma, da un punto di vista meramente di ciclo economico, forse la pietra miliare. Già, perché con i bilanci al limite e le necessità di finanziamento sempre più stringenti ma sempre più a caro prezzo sul mercato, i produttori dovranno o trovare metodi alternativi per ottenere credito oppure fondersi tra loro. In ultima istanza, chiudere. Insomma, una versione petrolifera della "distruzione creativa" schumpeteriana, lo shake-up che serve per rompere un'impasse generata proprio dal denaro a basso costo ottenuto finora per un'unica ragione, ovvero le ratio di utile per azione delle aziende petrolifere, ancora oggi in area 23x, qualcosa di fuori dal mondo in un contesto di saturazione globale del mercato da eccesso di offerta. Ma c'è un rischio. Ovvero che a prevalere sia la logica meramente finanziaria legata al settore del petrolio, visto che i mercati di capitale hanno diritto di vita e di morte sui produttori, decidendo loro chi finanziare e chi lasciare al suo destino ma possono ancora decidere di prolungare l'agonia di alcuni, vista la struttura corporate del comparto che prevede degli incentivi a dir poco perversi, se visti attraverso la lente di ingrandimento del libero mercato e del merito. L'utilizzo di certe leve finanziarie, infatti, potrebbe rallentare e di molto la razionalizzazione dell'offerta da parte di certi produttori, dando vita al più classico dei casi di risk-shifting.

E' molto semplice, le aziende shale hanno campato per anni sull'emissione di debito ad alto rischio e alto rendimento ma, soprattutto, con bassa protezione, i cosiddetti covenants, per chi detiene quella carta. Si chiama debito "cov-lite" e spesso e volentieri diventa una minaccia mortale per il creditore, visto che i produttori tendono a cercare di stare a galla anche a dispetto della profittabilità del loro business, riducendo all'osso i margini ma alzando ai massimi i rischi. La logica è chiara: i produttori sono spesso tentati di produrre anche sotto i prezzi di break-even fino a quando hanno flussi di liquidità disponibile per la semplice ragione che produrre ha valore in sé, è un'opzione reale per gli assets aziendali. In questo modo, però, si sposta appunto il rischio sul creditore, il quale se detiene - come spesso accade nel settore shale - il cosiddetto "alto rendimento non assicurato" ha pochissimi mezzi per reagire a questi incentivi del produttore e resta con il cerino in mano.


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