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CREDITO COOPERATIVO/ Italia, Olanda, Francia: pressing Bce per la riforma

Pubblicazione:lunedì 14 settembre 2015

Alessandro Azzi, presidente Federcasse (Infophoto) Alessandro Azzi, presidente Federcasse (Infophoto)

L’ultima assemblea dei delegati delle Rabo locali, in primavera, ha votato una risoluzione articolata che dà mandato al management centrale di realizzare una nuova governance. In questa, da un lato i “membri (soci) di Rabobank, sia a livello locale che centrale” avranno “un’influenza rafforzata”. Ma dall’altro lato - ed è certamente l’indicazione più puntuale e rilevante - “le banche locali opereranno come un’unica cooperativa attraverso una licenza bancaria congiunta e unitaria (combined banking licence)”. L’inizio di una nuova era, anche per un gruppo che già nel 1972 - con la fusione delle due centrali preesistenti - aveva imboccato con decisione la strada del gruppo unico. Da quella strada - dice il caso Rabo - non si può tornare indietro: su di essa si può solo andare avanti.

Una lezione simile sta giungendo, in questi stessi giorni, dalla Francia. Anche il Credit Agricole - una delle prime venti banche del mondo - è alle prese con una quadratura del cerchio di governance e strategia, in aperto confronto con la Bce. La scelta del gruppo unico e compatto, la Banque Verte  l’ha resa definitiva una quindicina d’anni fa, dopo l’acquisizione del Crédit Lyonnais e il riordino della Cassa centrale (Casa). Quest’ultima è stata trasformata in società di capitali e quotata in Borsa, mantenendo il 54%  alle Casse regionali, coordinate da una Federazione nazionale.

Era impossibile che la crisi globale non lasciasse tracce profonde nei conti dell’intero gruppo Agricole ed era nella attese che le Casse regionali facessero leva sulla quota di perdite legata all’attività della capogruppo sui mercati per aprire il dossier-governance: per cercare di riattribuirsi poteri più ampi di quelli garantiti dal ruolo congiunto di azionisti di maggioranza. La Bce ha respinto al mittente la proposta. Le Caisses regionales sono e restano padrone del "loro" Credit Agricole (da cui dipendono funzionalmente nel gruppo) e hanno il diritto di coordinare la loro posizione di controllo confontandosi liberamente nel loro organo associativo. Ma nel 2015 questa loro realtà va modulata sulle nuove coordinate dimensionali del credito cooperativo: troppo piccolo per navigare da singola banca locale nell’industria bancaria; ma anche esso stesso too big too fail, troppo grande nel suo complesso, troppo per le Aziende-paese e per la stabilità bancaria dell’eurozona per essere gestito con semplici logiche associative.

Questo, almeno, è il pensiero di chi guida il Single Supervising Mechanism (ed è la francese Danièle Nouy). Oviamente al nuovo Ceo del Credit Agricole, Philppe Brassac, non avrà fatto alcun piacere annunciarlo ai consiglieri espressi dalle Caisses Regionale. Ma da Francoforte il messaggio è chiaro e unico verso ogni punto cardinale dell’eurozona: il credito cooperativo non è in discussione come formula di esercizio dell’attività bancaria; ma - al pari di tutte le altre banche dell’eurozona - deve darsi nuovi criteri di meritevolezza: deve confermare in modo nuovo il valore della sicurezza economico-finanziaria che è da due secoli parte integrante del patrimonio della cooperazione bancaria.



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