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SPILLO/ La "profezia" di Bill Gates mette in crisi le banche

Le banche devono fare i conti con una situazione non affatto facile, anche per via di agguerriti e grandi concorrenti, tecnologicamente avanzati. Ce ne parla FABIO BOLOGNINI

Bill Gates (Infophoto) Bill Gates (Infophoto)

Chiunque oggi abbia nelle mani il destino del sistema bancario italiano, sia esso a capo di una grande banca nazionale o di una piccola cassa locale, non è in una posizione comoda. A memoria una delle più scomode. Costretti a concentrarsi sulle vicende domestiche, i banchieri nostrani corrono a tappare i buchi nella diga: la redditività insufficiente, lo smaltimento di elevatissime sofferenze, le versioni diverse di Bad Bank, respinte dalla Bce. Saranno anche obbligati ad auto-tassarsi per versare capitale nel veicolo che acquisirà banche in crisi per salvare la reputazione della categoria, come ha spiegato il Sole 24 Ore il 4/9 (“Holding salva-banche da 1,5 miliardi” a conferma delle perplessità sollevate nel mio articolo del 22 luglio). Potrebbero non avere notato sulla stessa testata il giorno precedente un titolo minaccioso: “Se Apple fa concorrenza alle banche”. Uno dei primi articoli sulla grande stampa che descrive il rischio della totale implosione del sistema secolare dei pagamenti e del credito, aggredito da una pletora di operatori planetari e giganteschi (Facebook, Google, Amazon, Apple…) che mai avevano offerto servizi finanziari o di startup velocissime e agguerrite, entrambi ugualmente minacciosi. Minacciosi perché dotati di un capitale di fiducia dai propri utenti che supera di molto quello delle stesse banche (un dato sorprendente ma confermato da ricerche Usa), di una tecnologia nettamente superiore e di una capacità innovativa e manageriale che sembra essere senza limiti.

Per le banche, che hanno rallentato l’innovazione per seguire urgenze domestiche, il rischio è di perdere di vista il fenomeno di rapida disgregazione dei servizi finanziari già in corso per effetto di operatori sbucati dal nulla. Nuovi concorrenti che si sono impadroniti in pochi anni del sistema dei prestiti alle piccole imprese, agli studenti, ai privati sfruttando tecnologie, velocità, capacità di usare il web per connettere creando mercati finanziari digitali. È il nuovo pianeta del fintech diventato nel mondo anglosassone l’incubo delle maxi-banche, la nuova fonte di proposte delle società di consulenza, un pianeta che esibisce tassi stratosferici di crescita, moltiplica le piattaforme, sottrae clienti e aree d’affari agli sportelli tradizionali. Se i timonieri delle banche italiane non cominciano a leggere e prendere seriamente questi eventi da oltreoceano potrebbero avere amari risvegli.

Cosa sta succedendo? Dove si trova il perno del cambiamento su cui fa leva la trasformazione più profonda mai avvenuta del sistema bancario e perché il sistema bancario non è immune? La crisi economica planetaria ha scatenato le forze dell’economia della condivisione (sharing economy) nella quale oggetti, tempo e spazio non utilizzati sono offerti e affittati: i posti vuoti in auto diventano il business di Blablacar, gli appartamenti temporaneamente disponibili sostituiscono stanze di hotel grazie alla piattaforma web di Airbnb (Usa), studenti e disoccupati consegnano cibo sulle loro auto connesse da Uber, fanno piccoli traslochi o montano i mobili di Ikea a Seattle o Boston grazie alla piattaforma di TaskRabbit.