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SPY FINANZA/ Petrolio e speculazione, la nuova crisi alle porte

Pubblicazione:mercoledì 2 settembre 2015

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E attenzione, perché oltre un quarto dell'export totale della Corea del Sud è diretto verso la Cina: quindi, il tragico dato commerciale di agosto potrebbe dirci molto di più e molto più accuratamente quale sia il vero stato di salute di Pechino, al netto dei dati ufficiali sulla manifattura fornitici da manager con il fucile del Partito puntato alla testa. Insomma, siamo in recessione globale. Per questo le Borse crollano e anche il Bund, il bene rifugio per antonomasia, comincia a patire perdite notevoli: la Cina sta scaricando anche Berlino, oltre ai Treasuries Usa?

Come vedete, le dinamiche vere di mercato si leggono sottotraccia, tra le righe e non nei titoloni di giornale sui crolli di Wall Street. Vediamo un'altra di dinamica molto interessante e che ci apre gli occhi su quanto sta davvero accadendo. Il 28 agosto i prezzi del petrolio sono saliti del 10%, lunedì 31 dell'8%. Ad ogni mini-rally è seguita una correzione, sintomo che il proverbiale bottom del mercato non è stato toccato e, anzi, le montagne russe sono destinate a continuare. Perché? Partiamo da questo: non pensate al mercato del petrolio come ad un mercato fisico, a una commodity nel senso stretto del termine. I prezzi del petrolio sono di fatto frutto quasi unicamente della speculazione: come spiegare un +10% seguito da un -5%, altrimenti? Dinamiche di domanda e offerta che si ribaltano in 24 ore? Certo, la Dutch Shell ha dovuto chiudere due pipeline in Nigeria nei giorni scorsi ma a vostro modo di vedere, un incidente simile può far variare le quotazioni in questo modo, al netto di una offerta a livello di saturazione globale sulla domanda? Vediamo allora di capire che il petrolio è materia finanziaria, prima che industriale.

Lo scorso lunedì, quello del crollo azionario, i prezzi del greggio hanno subito una vera e propria sell-off, visto che il mondo era certo che il contagio cinese stesse per colpire tutte le Borse mondiali. Non è stato così e lo vedremo tra poco. Pochi giorni dopo, esattamente il 26 agosto, la EIA statunitense certificò il calo di 5,4 milioni di barili nelle riserve Usa, la diminuzione più netta da mesi e in grado di bloccare il crollo delle valutazioni. Il giorno dopo, 27 agosto, il Dipartimento del Commercio rivedeva in netto rialzo il dato del Pil del secondo trimestre e il prezzo del greggio salì del 10%, l'aumento maggiore dal 2008. Certo, dati macro importanti ma non sono stati loro a garantire quel rally, c'è dell'altro e di nascosto. La gran parte di quella dinamica rialzista era infatti legata a movimenti speculativi e alle decisioni dei traders di muovere i barili sul lato cartaceo, ovvero i futures: all'inizio dell'estate gli speculatori presero un livello quasi record di posizioni nette corte, scommettendo sul continuo calo del prezzo e così è stato, per la gran parte dei due mesi compresi tra giugno e agosto. Detto fatto, come ci mostra questo grafico, con una tale preponderanza di posizioni ribassiste, era giunto il tempo perfetto per una correzione:


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