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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Petrolio e speculazione, la nuova crisi alle porte

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Certo, il Pil (taroccato) ha giocato la sua parte e anche le scorte ma quegli aumenti altro non erano se non copertura di quelle posizioni short: al 17 di agosto, quelle scommesse ribassiste riguardavano qualcosa come 193 milioni di barili! Un qualcosa di controintuitivo, visto che se il prezzo è già basso e continua a scendere, difficilmente avrà molto spazio di movimento al ribasso, a meno che l'Arabia Saudita non raddoppi la produzione da un giorno con l'altro. E invece, questa volta si è puntato forte sul calo, quasi fosse una profezia autoavverante: tra il 16 luglio e l'11 agosto, il WTI statunitense perse a livello di prezzo il 28% ma le posizioni short aumentarono da 83 a 193 milioni di barili. Insomma, le valutazioni si schiantavano ma qualcuno - anzi, molti - scommettevano su uno schianto maggiore: cosa li rendeva così certi? Cosa si attendevano che accadesse? Nessuno lo sa, si sa soltanto che quel trend ribassista era insostenibile e quindi è bastato un cambiamento di opinione da parte di grossi player o la scommessa contraria di qualche hedge fund per far invertire la marcia e innescare uno short covering rally: scordatevi dati di crescita o variabili geopolitiche su domanda e offerta, è al 90% solo finanza. E' come il blackjack, non puoi vincere ad ogni mano, semplicemente perché la vulgata ribassista può avere tutti gli argomenti del mondo ma se qualcuno decide che il prezzo a quel livello è troppo basso e decide di andare lungo, vedrà accodarsi altri e porterà a un reverse dei corsi assolutamente distaccato dalla realtà fisica del barile. Bisogna capirle queste dinamiche, perché sono fondamentali.

Il prezzo del barile basso può essere favorevole ai consumatori e abbassa i costi di produzioni per molte industrie ma ha effetti negativi sugli investimenti nel comparto energetico, soprattutto le rinnovabili, perché i produttori vedono i profitti tramutarsi in perdite. Inoltre, la valutazione troppo bassa ha effetti devastanti sul settore finanziario esposto al comparto attraverso finanziamenti diretti - prestiti e linee di credito - o indiretti - obbligazioni - e non parliamo di briciole, perché a fronte di una produzione mondiale quotidiana di circa 90 milioni di barili, si genera un cash flow giornaliero di 9 miliardi di dollari, 3 triliardi l'anno. Senza contare, poi, i derivati legati al settore. Quando il prezzo del petrolio cala del 40-50% dai massimi, anche quel cash flow viene tagliato della medesima percentuale e parliamo di qualcosa come il 10% del Pil americano. Il tutto con un netto rallentamento della domanda cinese, visto che l'operazione di riempimento al massimo delle riserve strategiche andrà avanti solo fino a novembre e non ai ritmi di questa estate.