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SPY FINANZA/ Petrolio e speculazione, la nuova crisi alle porte

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Ci sono poi i contratti derivati di hedging, grazie ai quali i produttori ricevono un prezzo fisso a barile: al costo corrente del petrolio parliamo di circa 35 dollari a barile, ma il settore finanziario non potrà coprire in eterno queste perdite e con la fine dell'anno quei contratti scadranno e non potranno certo essere rinnovati a quei prezzi, a meno di un rimbalzo strutturale delle valutazioni. Le entrate dei produttori di shale, stando a dati dell'EIA, nel 2014 coprivano il 75% dei costi di produzione e di investimento iniziale, peccato che all'epoca il petrolio fosse a 95 dollari al barile. E anche se oggi i produttori americani ci dicono di aver abbassato i costi e innalzato l'efficientamento produttivo, è difficile credere che riescano a produrre con uno sconto del 50%: serve solo a rassicurare gli investitori, il vero cuore del problema. Perché se questi ultimi si stancano e scappano dal mercato, i produttori avranno costi di finanziamento più alti e porranno l'intero settore sotto maggiore pressione, una dinamica già in atto, basti vedere le valutazioni alle stelle dei tassi dei bond ad alto rendimento, settore che vede il comparto energetico pesare per il 15% di tutte le emissioni. I fondi sovrani russi, sauditi e norvegese utilizzano i loro profitti per investire in securities Usa ed europee ma anche loro cominciano a rallentare, visto che il fondo sovrano di Oslo, il più grande al mondo, nel primo trimestre di quest'anno ha dovuto mettere a bilancio perdite e Russia e Arabia hanno bisogno del barile a 100 dollari per bilanciare i loro budget.

A questi livelli, il prezzo del petrolio è così basso che i fondi sovrani devono disinvestire e le strategie alternative durano poco, visto che l'Arabia non sta vendendo Treasuries Usa solo perché ha tentato la strada - molto cara - del finanziamento attraverso l'emissione obbligazionaria ma non mancherà molto, e questo grafico ci mostra cosa potrebbe accadere.

Compara infatti le riserve valutarie cinesi e saudite al rendimento del bond statunitense a 10 anni, ovvero mette in relazione diretta la liquidazione di assets Usa da parte dei due Paesi per difendere la propria valuta o colmare deficit di budget con gli effetti che si potrebbero soatanziare sullo yield del Treasury decennale a causa di quelle vendite.



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