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SPY FINANZA/ Petrolio e speculazione, la nuova crisi alle porte

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Questa dinamica si sta palesando sempre più rapidamente tra i mercati emergenti ma Cina e Arabia Saudita sono i punti focali, visto che hanno le prime e le terze riserve valutarie al mondo: quindi, se la Cina continua a drenare per stabilizzare lo yuan e anche Ryad smette di emettere debito e comincia a liquidare assets Usa, la Fed dovrà ricominciare a comprare per compiere off-setting sui costi del proprio debito e sulla propria economia. Ovvero, QE4. E non manca molto alla capitolazione saudita, perché come ci mostra questo grafico il mercato azionario peggio performante in agosto non è stato quello cinese o quello greco ma proprio quello di Ryad, in calo di oltre il 20%.

Insomma, gli investitori della ricca Arabia stanno cominciando a essere nervosi riguardo quel deficit pari al 20% del Pil e scappano a gambe levate: che dite, Ryad tornerà a prezzi stratosferici sul mercato obbligazionario sovrano e comincerà a liquidare? Anche perché le correlazioni continuano, visto che la pressione sui mercati porta a un continuo calo delle quotazioni delle aziende energetiche, il cui peso negli indici è tale da direzionarne i movimenti. E, in caso di perdite, di acuirle trasformandole in sell-off vere e proprie. E ancora, il calo degli indici maggiori ha un effetto negativo sugli ETF e sui altri prodotti che ne tracciano i corsi come sottostante, ad esempio i CFD, che sono coperti da portafogli azionari. Se gli investitori cominciano a comprare questi prodotti, i managers devono aggiungere azioni al loro portafoglio in accordo con la composizione dell'indice ma se quest'ultimo comincia a scendere, ETF e altri prodotti comparati cominciano a sotto-performare, gli investitori vendono questi prodotti, obbligando i manager a vendere titoli, scatenando ulteriore pressione sull'intero mercato azionario. La classica palla di neve che si tramuta in valanga.

Questo grafico ci mostra le perdite in cui sono incorsi i titoli delle maggiore aziende del comparto energetico nel 2015 rispetto al 2014, espresse in dollari ed euro. E il problema è che essendo questa la più classica delle bolle da saturazione, ovvero il concetto più chiaro di mal-investment da tassi troppo bassi per troppo a lungo, un rimbalzo strutturale si avrà quando molti produttori saranno forzatamete estromessi dal mercato, dando così vita a un processo schumpeteriano di ri-bilanciamento attraverso l'eliminazione di molta capacity che non incontra domanda. Questo, però, porterà il petrolio in una nuova bolla. Per ora, quasi tutti gli Stati produttori stanno massimizzando il loro output petrolifero giornaliero per minimizzare le perdite ma la crisi sembra davvero solo all'inizio, visto che alla volatilità implicita del settore in questa condizioni di stress si va ad aggiungere quella geopolitica legata alla situazione asiatica e medio-orientale.

Insomma, non prendetevela con Pechino per i "Black Monday" passati e per quelli che ci saranno, prendetevela con il petrolio, la speculazione su carta e, in prima istanza, con le politiche folli da saturazione e deflazione delle Banche centrali. In condizioni generali simili, credete che il prezzo del petrolio possa salire? Seguite l'oro nero e capirete non solo economia e finanza ma cosa sta per accadere nel mondo, nelle segrete stanze e nei palazzi del potere.

 

P.S. E in ossequio e a conferma di quanto scritto finora, ieri il WTI statunitense ha perso l'8%, il peggior calo intraday dal 28 novembre 2014, il giorno in cui l'Opec sorprese il mondo decidendo di non tagliare la produzione giornaliera di 30 milioni di barili. Occhio, sono tutti giochi di specchi e fumo negli occhi.

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