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SPY FINANZA/ Quelle domande "pericolose" sulla Cina

Pubblicazione:martedì 22 settembre 2015

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Cos'è successo, quindi? Perché il premier Li Keqiang ha abbandonato la sua politica di rigore per sgonfiare la bolla del credito e ha accettato di imbarcarsi nella politica opposta? Pressioni all'interno del Partito, da cui continuano ad arrivare voci di una sua possibile purga? Come potranno gli investitori internazionali prendere sul serio un atteggiamento così ondivago, addirittura con il rischio di defenestrazione politica del premier che per primo aveva voluto porre un argine al dilagare di credito a pioggia e sistema bancario ombra? Non sono affatto domande da poco, perché parliamo della seconda economia al mondo e del primo detentore di debito pubblico americano. Cosa vuole dirci il mercato immobiliare? Che, in effetti, in Cina si naviga a vista. 

Basti vedere l'atteggiamento dei costruttori, i quali in condizioni normali si sarebbero gettati a pesce in questo nuovo ciclo di spesa per costruzioni e allentamento del credito e che ora sono fermi, perché il dato delle case ancora invendute ci parla di una saturazione che ci metterà molto tempo a essere smaltita. Certo, le vendite di terreni ai costruttori si sono stabilizzate dopo essere crollate del 32%, ma devono ancora rimbalzare e molti governi locali stanno affrontando la brutta esperienza di aste che vanno continuamente deserte, a fronte della loro volontà di vendere più terreni possibili per introitare entrate. 

C'è un problema strutturale di ultra-offerta che potrebbe essere risolto con meno nuove costruzioni e uno smaltimento più efficiente delle scorte, ma il governo sembra spingere in senso opposto, come i dati finora elencati dimostrano. D'altronde, parliamo di un Paese dove le costruzioni hanno raggiunto il 15% del Pil al picco del boom infrastrutturale, il principale driver singolo dell'economia da locomotiva della Cina: peccato che quella percentuale sia la stessa toccata dal mercato immobiliare spagnolo durante il boom di Zapatero e prima di crollare del tutto. È l'effetto collaterale dei mutamenti della struttura demografica e del mercato del lavoro cinese, visto che la cementificazione selvaggia era la risposta ai continui flussi di lavoratori che migravano dalle campagne verso le città, ma negli ultimi cinque anni questa dinamica ha rallentato in modo drammatico: oggi la forza lavoro cinese si sta contraendo di 3 milioni all'anno e la struttura demografica nazionale è sempre più simile a quella del Giappone. 

Per il China Centre for International Economic Exchanges, un think tank statale, «tutti i problemi che nascono dall'eccesso di offerta nel mercato immobiliare difficilmente potranno essere risolti in sei mesi o un anno». Tanto più che i mismatch sul mercato real estate sono cronici, con una grande carenza di case per popolazione con reddito basso e interi palazzi per la classe media che invece restano disabitati in quelle che sono vere e proprie città fantasma. Insomma, i dati del mercato dicono una cosa ma quelli monetari un'altra, visto che la massa monetaria M1 sta salendo al tasso più veloce da inizio 2013 e lo stimolo fiscale è tornato alla normalità dopo la contrazione voluta dal governo a inizio anno. 


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