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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Quelle domande "pericolose" sulla Cina

La Cina sembra non spaventare più i mercati. Per MAURO BOTTARELLI è meglio non sottovalutare la situazione del gigante asiatico, che può ancora creare dei pericoli

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Dopo la fiammata di giugno con il crollo del mercato azionario e quella di agosto con la svalutazione dello yuan, la Cina è sparita dalle prime pagine dei grandi mezzi di informazione. Male, perché così facendo si rischia di farsi trovare nuovamente con la guardia abbassata quando i guai torneranno a colpire. E il rischio c'è, ce lo conferma un dato appena reso noto. Le vendite di case già esistenti sono salite del 115% su base annua nella seconda settimana di settembre, mentre quelle presenti nel gruppo cosiddetto "tier two", ovvero città medio grandi, sono salite addirittura del 135%, stando a dati della JL Warren Capital. 

Cosa significa questo? Due cose, estremamente correlate tra loro. Primo, lo stimolo monetario delle autorità sta entrando in circolo, prodromo di un altro ciclo di crescita del credito. Secondo, si scappa dalla Borsa dopo i tonfi e ci si lancia verso i cosiddetti "hard assets" come gli immobili. Ma è un dato di cui ci dobbiamo fidare? Ovvero, è davvero un punto di svolta o l'ennesimo calcio al barattolo di una situazione che appare sempre meno in controllo del governo di Pechino? 

A farmi propendere per la seconda ipotesi è stato indirettamente l'atteggiamento della Fed la scorsa settimana, quando ha deciso di non alzare i tassi per l'82mo mese di fila e la rara rottura dell'etichetta bancaria da parte di Janet Yellen nel giustificare questa scelta: «Penso che gli sviluppi che abbiamo visto sui mercati finanziari ad agosto riflettano la preoccupazione che ci sia un rischio ribassista per la performance economica cinese, ma anche che le autorità non stiano rispondendo a questo rischio in maniera adeguata». Insomma, o gli Usa stanno usando la Cina per coprire la loro tossicodipendenza da denaro a costo zero ed evitare che Wall Street si schianti oppure la preoccupazione è davvero seria. Anche perché i dati stessi sulla vendita di nuove case sono discordanti, visto che per Warren Capital gli acquisti sarebbero saliti solo del 66% nelle grandi città ("tier one") e del 22% per le 57 città tracciate in tutto il Paese, stando a cifre offerte dagli stessi centri governativi per il controllo del real estate. 

In effetti, la saturazione di immobili invenduti è ancora alta, soprattutto nelle città più piccole della Cina centrale, dove per anni si è costruito ovunque. Ci sono poi i prezzi, saliti ad agosto dell'1,7% su base annua, primo segnale di recupero dopo mesi, mentre a Shenzhen hanno subito una vera e propria impennata del 32%. E il governo è largamente responsabile di questa situazione, visto che la Banca centrale ha tagliato i tassi quattro volte dallo scorso novembre, di fatto aprendo la strada a un ciclo di allentamento monetario che ha portato il tasso medio sui mutui a circa il 5% da oltre il 7% di metà 2014. Inoltre, i regolatori hanno tagliato i costi sull'anticipo, tolto molti vincoli per l'acquisto della seconda casa e incoraggiato attivamente insegnanti e dipendenti pubblici ad acquistare immobili con incentivi speciali. Insomma, un ciclo di ampliamento del credito in piena regola. Attenzione, però: attivo già da mesi, ben prima che il mercato azionario crollasse e si svalutasse ufficialmente lo yuan.