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Economia e Finanza

SPILLO/ Quella "bomba" finanziaria che si vuol nascondere in Italia

In Italia le attese sulla Legge di stabilità sono tutte sulle pensioni. Dal dibattito sembra sparito il debito pubblico. Per GIUSEPPE PENNISI si tratta di una cosa allarmante

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In tutti i Paesi dell’eurozona è in corso di preparazione la legge di bilancio (o Legge di stabilità) secondo un calendario predefinito: il 15 ottobre il testo dovrà essere ricevuto dalla Commissione europea per iniziarne un esame comparato, nonché di compatibilità con le regole che si sono dati gli Stati che appartengono all’area dell’euro - principalmente il Fiscal compact. In questi giorni in Italia, la legge di stabilità non riceve i grandi titoli di prima pagina degli anni scorsi; probabilmente per il maggior rilievo della riforma costituzionale (specialmente il riassetto del Senato) e per l’emergenza migrazione.

L’aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def) è stato accolto senza eccessive polemiche, nonostante preveda un disavanzo significativo e molto più ampio di quanto programmato in passato. Il tema che sembra più appassionare stampa e opinione pubblica è l’eventuale possibilità di anticipare la data di pensionamento.

Non voglio pensare male e indurre a ritenere che le polemiche sulle pensioni (elemento sempre emotivo) siano in parte uno specchietto per le allodole al fine di evitare il dibattito proibito: quello sul debito pubblico. Dall’ultimo bollettino di Bankitaliarisulta che a maggio, quindi due mesi dopo il periodo preso in considerazione dall’Eurostat, il debito ha sfiorato i 2.200 miliardi di euro e dall’inizio del 2015 è cresciuto di 83,3 miliardi. È probabile che a fine anno sia vicino al 140% del Pil.

Utile ricordare che all’epoca del negoziato del Trattato di Maastricht il nostro debito pubblico era leggermente inferiore al 120% e che fummo ammessi nell’eurozona principalmente grazie a un clausola (chiamata l’emendamento Guido Carli) in base alla quale ci si impegnava a che tendesse a raggiungere il 60%. La clausola è stata resa più forte dal Fiscal compact: avremmo dovuto ridurre il rapporto debito/Pil secondo una formula più stringente (la riduzione di un ventesimo l’anno della parte di debito che eccede il limite del 60% del Pil) - clausola a cui l’Italia non ha ottemperato, affermando che comunque il nostro debito (il maggiore dell’eurozona in senso assoluto) è “sostenibile”.

Ma cosa vuol dire “sostenibilità” del debito pubblico. Gira un’interpretazione un po’ grossolana secondo cui il debito di uno Stato è “sostenibile” sino a quando i creditori ne accettano gli interessi. In uno degli ultimi PIER Working Papers, No. 15-033, Pablo D’Erasmo della Federal Reserve Bank of Philadelphia, Enrique G. Mendoza della University of Pennsylvania e Zhang Jingh della Federal Reserve Bank of Chicago individuano punti deboli nell’approccio tradizionale e costruiscono tra strumenti alternativi. Li applicano agli Stati Uniti e all’Ue e i risultati non sono particolarmente incoraggianti, soprattutto per l’Italia. È lavoro denso di non facile lettura, ma che merita di essere esaminato.