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SPILLO/ Quella "bomba" finanziaria che si vuol nascondere in Italia

Pubblicazione:lunedì 28 settembre 2015

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In tutti i Paesi dell’eurozona è in corso di preparazione la legge di bilancio (o Legge di stabilità) secondo un calendario predefinito: il 15 ottobre il testo dovrà essere ricevuto dalla Commissione europea per iniziarne un esame comparato, nonché di compatibilità con le regole che si sono dati gli Stati che appartengono all’area dell’euro - principalmente il Fiscal compact. In questi giorni in Italia, la legge di stabilità non riceve i grandi titoli di prima pagina degli anni scorsi; probabilmente per il maggior rilievo della riforma costituzionale (specialmente il riassetto del Senato) e per l’emergenza migrazione.

L’aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def) è stato accolto senza eccessive polemiche, nonostante preveda un disavanzo significativo e molto più ampio di quanto programmato in passato. Il tema che sembra più appassionare stampa e opinione pubblica è l’eventuale possibilità di anticipare la data di pensionamento.

Non voglio pensare male e indurre a ritenere che le polemiche sulle pensioni (elemento sempre emotivo) siano in parte uno specchietto per le allodole al fine di evitare il dibattito proibito: quello sul debito pubblico. Dall’ultimo bollettino di Bankitalia risulta che a maggio, quindi due mesi dopo il periodo preso in considerazione dall’Eurostat, il debito ha sfiorato i 2.200 miliardi di euro e dall’inizio del 2015 è cresciuto di 83,3 miliardi. È probabile che a fine anno sia vicino al 140% del Pil.

Utile ricordare che all’epoca del negoziato del Trattato di Maastricht il nostro debito pubblico era leggermente inferiore al 120% e che fummo ammessi nell’eurozona principalmente grazie a un clausola (chiamata l’emendamento Guido Carli) in base alla quale ci si impegnava a che tendesse a raggiungere il 60%. La clausola è stata resa più forte dal Fiscal compact: avremmo dovuto ridurre il rapporto debito/Pil secondo una formula più stringente (la riduzione di un ventesimo l’anno della parte di debito che eccede il limite del 60% del Pil) - clausola a cui l’Italia non ha ottemperato, affermando che comunque il nostro debito (il maggiore dell’eurozona in senso assoluto) è “sostenibile”.

Ma cosa vuol dire “sostenibilità” del debito pubblico. Gira un’interpretazione un po’ grossolana secondo cui il debito di uno Stato è “sostenibile” sino a quando i creditori ne accettano gli interessi. In uno degli ultimi PIER Working Papers, No. 15-033, Pablo D’Erasmo della Federal Reserve Bank of Philadelphia, Enrique G. Mendoza della University of Pennsylvania e Zhang Jingh della Federal Reserve Bank of Chicago individuano punti deboli nell’approccio tradizionale e costruiscono tra strumenti alternativi. Li applicano agli Stati Uniti e all’Ue e i risultati non sono particolarmente incoraggianti, soprattutto per l’Italia. È lavoro denso di non facile lettura, ma che merita di essere esaminato.


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