BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

SPY FINANZA/ Il crollo delle Borse cinesi? Colpa della Fed

Infophoto Infophoto

Della Cina non fa paura il debito o la Borsa ma lo yuan. Operando come ha fatto, la PBOC ha limitato e di molto il ruolo del mercato nel breve termine per quanto riguarda la definizione del tasso di cambio giornaliero e questo cosa significa: semplice, un ruolo maggiore della Banca centrale nel supporto della moneta attraverso la liquidazioni di riserve valutarie, ovvero la vendita su scala imponente di debito Usa. Vi ricordo che solo nelle due settimane seguite alla prima svalutazione dell'11 agosto, Pechino ha venduto Treasuries per un controvalore di oltre 100 miliardi di dollari e se raggiunge quota 1 triliardo, il 60% dell'effetto di stimolo del QE3 della Fed sarà andato a farsi benedire. Quindi, il problema non nasce ora con la Cina ma dieci mesi fa con il crollo del prezzo del petrolio e il declino netto del concetto stesso di petrodollari, ovvero il surplus dei Paesi esportatori di greggio che rientra in circolo nel sistema finanziario attraverso l'acquisti di assets denominati i biglietti verdi: per la prima volta dopo venti anni, il 2015 ha visto quei Paesi drenare risorse dal sistema, non immetterle, Arabia Saudita in testa. La quale, come vi ho detto mille volte, ha scelto l'opzione petrolifera per mettere al tappeto i produttori shale Usa e proteggere la propria quota di mercato, essendo il 90% delle entrate fiscali di Ryad legato al petrolio esportato. Ma con il crollo del prezzo, come ho detto nei miei articoli di sabato e lunedì, la stessa Arabia non immette più dollari nel sistema ma, esattamente come la Cina, sta mettendo mano alle proprie riserve per tamponare il deficit di bilancio, 20% del Pil.

A far paura ai vari Buiter è il fatto che la Cina si metta ora al comando del plotone di venditori netti di assets Usa, debito in testa, non la sua crescita in rallentamento e vogliono un QE da parte della PBOC di modo che si riattivi il sistema globale di riciclaggio di dollari, evitando di mettere mano alle riserve vendendo assets Usa e invece stampando denaro fresco da parte della Banca centrale. E nel contesto, evitare alla Fed di dover essere lei a rimangiarsi la parole e attivare il QE4. In effetti, a tamponare la morte del petrodollaro ci avevano pensato proprio i fondi sovrani asiatici, i quali pesano per il 39% di tutti i fondi sovrani mondiali e la loro quota pareva destinata a crescere velocemente: insomma, i fondi cinesi (CIC e SAFE), di Hong Kong (HKMA), di Singapore (GIC e Temaske) e Corea del Sud (KIC), tutti presenti nei primi quindici posti della classifica mondiale, operavano riciclaggio asiatico del dollaro.

Ma cosa succede se una grande nazione asiatica, di colpo, diventa venditrice netta di assets denominati in dollari e su scala molto ampia? In quel caso, non solo il riciclaggio asiatico non va a tamponare quello di petrodollari ma innesca anche una liquidazione ulteriore, di fatto agendo come un accelerante in un incendio doloso. Certo, il calo da inizio anno delle riserve dei Paesi emergenti è pari solo al 2% di tutto lo stock di riserve ma, storicamente, chi sovraintende a quei fondi - i ministri delle Finanze e del Tesoro - sottostima l'impatto reale del processo di ribaltamento dell'accumulazione di petrodollari da parte dei Paesi esportatori.