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SPY FINANZA/ Il crollo delle Borse cinesi? Colpa della Fed

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Questo accade perché una parte sostanziale dei profitti petroliferi viene preventivamente piazzata nei fondi sovrani, quindi non appare come riserva valutaria (con l'eccezione della Russia, che invece le contabilizza come tali). Attualmente, le nazioni esportatrici di petrolio hanno circa 1,7 triliardi di dollari di riserve ufficiali ma circa 4,3 triliardi in assets nei loro fondi sovrani: nel periodo tra il 2009 e il 2014, i Paesi esportatori hanno accumulato circa 500 miliardi di dollari di riserve ufficiali ma 1,8 triliardi in assets dei fondi sovrani. Ora, invece, non solo calano le riserve ma anche i fondi sovrani non accumulano più e in alcuni casi vendono, magari attraverso un processo più lungo visto che gli assets che detengono tendono a essere meno liquidi. Insomma, in base a questo ragionamento, guardando alle riserve ufficiali dei Paesi produttori di petrolio, rischiamo di sottostimare il gap da mancato riciclo di petrodollari per qualcosa come 2,5 triliardi di dollari!

Certo, questo è il cosiddetto "worst case scenario" ma ricordatevi sempre che per la prima volta nella storia durante il secondo trimestre di quest'anno le riserve valutarie dei Paesi emergenti hanno virato in negativo, sintomo che i processi possono accelerare facilmente in condizioni precarie come quelle attuali. Capite perché gli Usa vogliono il QE cinese? E, soprattutto, perché hanno bisogno assoluto di un aumento del prezzo del petrolio? Stando a recenti calcoli di RBS, infatti, se il prezzo del barile resterà nella media da inizio anno di 52 dollari la barile, il calo del riciclo di petrodollari generato sarà del 60% rispetto alla media tra il 2011 e il 2014. Calcolando che il 30% del totale di petrodollari è investito sui mercati finanziari ogni anno, questo implicherebbe che nel 2015 ci sarebbero a disposizione per investimento circa 288 miliardi di dollari contro la media 2011-2014 di 726 miliardi, un terzo circa! E un minor potere d'acquisto dei Paesi esportatori si tradurrebbe in una domanda ridotta di assets denominati in dollari, soprattutto a reddito fisso: ricordate che tra investmente grade e alto rendimento, da inizio anno le aziende Usa hanno emesso debito rispettivamente per 918 e 220 miliardi, un record assoluto rispetto agli anni precedenti. Insomma, il circolo virtuoso per gli Usa e per il dollaro che denomina assets non solo è rotto ma sta andando in inversione, sia per il calo del flusso di petrodollari sia per la liquidazione di debito Usa da parte della Cina per sostenere lo yuan. Insomma, gli Usa del grande tradimento del libero mercato, gli Usa del QE infinito rischiano di non poter vivere più alle spalle degli altri, ovvero indebitandosi. E allora muovono i pupazzi prezzolati alla Willen Buiter e le consorterie come il Council on Foreign Relation per mettere nel mirino la Cina - che ha mille colpe e mille problematiche reali - e sperare che ancora una volta qualcuno salvi il loro disfunzionale sistema keynesiano di debito e spesa. Non fatevi prendere in giro dai media mainstream, la verità è questa e solo questa. Non perché lo dico io ma perché lo dicono i numeri.



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