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SPY FINANZA/ Il crollo delle Borse cinesi? Colpa della Fed

Cosa si nasconde realmente dietro al tonfo del mercato azionario cinese? Qualcuno ha già puntato il dito contro la Fed che potrebbe usare la situazione come alibi. MAURO BOTTARELLI

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I keynesiani sono in fermento a gridano a gran voce a favore di un QE in piena regola da parte della Banca centrale cinese (PBOC). E attenzione, si stanno muovendo ai massimi livelli, non mi riferisco al Sole24Ore. A confermare come la macchina dei soldi facili stia facendo rombare i motori ci ha pensato l'influente capo economista di Citigroup, Willem Buiter, parlando la scorsa settimana al potente e prestigioso Council of Foreign Relations a New York. E cosa ha detto? Che l'economia cinese sta scivolando in una recessione imminente, che quindi occorre un'esplosione enorme di spesa fiscale da parte della PBOC per evitare un peggioramento della crisi e che il dollaro, altrimenti, rischia di sfondare il tetto, alimentando ulteriormente la crisi dei mercati emergenti. Insomma, l'Armageddon o poco meno. E la ricetta è sempre la stessa: curare eccesso di debito con altro debito. Per Buiter, se non si riattiverà la stamperia, l'economia cinese crescerà di meno del 4%, rispetto alle previsioni fantascientifiche del governo di un +7%, di fatto facendo crollare il tasso di crescita globale sotto il 2%, in quella che per molti economisti è un recessione globale tecnica.

Eppure, qualcosa non torna. Se lo stesso dipartimento equity di Citigroup ha detto che i crolli azionari cinesi di agosto sono più una tipica correzione di fine ciclo che un trend ribassista di grande entità, perché Buiter va a chiedere una ricetta stile Takahashi Korekivo nel Giappone anni Trenta di fronte a una delle consorterie lobbystiche più potenti del mondo? Non è che la Cina rappresenti una scusa, un alibi molto comodo per evitare che la Fed smetta di fornire metadone al mercato e che i trades di Citigroup, vedi l'esposizione ai derivati sui metalli preziosi, vadano a quel paese con allegate perdite per decine di miliardi? Mi viene un dubbio ed è venuto anche a un americano vero come Ron Paul, il quale l'altro giorno ha detto chiaramente di dare la colpa alla Fed e non alla Cina per i recenti tonfi sui mercati. Pechino, infatti, sta già dando vita a politiche di stimolo che esulano dal mero sostegno diretto agli indici equities, visto che nei soli mesi di giugno e luglio i governi locali anno emesso bond per 200 miliardi di dollari nell'ambito del piano governativo centrale di swap sul debito, di fatto l'equivalente di nuovi prestiti da parte delle banche per aziende con l'acqua alla gola. Peccato che il debito locale cinese sia pari a oltre il 30% del Pil, quindi è facilmente a rischio bolla. E default sulle obbligazioni.

Di più, il ministro delle Finanze, Lou Jiwei, venerdì scorso ha dichiarato che il cap su quei bond potrebbe essere alzato da 310 miliardi di dollari a 500 miliardi, di fatto altra forma di stimolo. Inoltre, il governo ha pianificato di anticipare a quest'anno progetti infrastrutturali pubblici previsti per il 2016, insomma un salto nella spesa fiscale di più del 13% rispetto a quanto programmato e messo a budget nella seconda metà dell'anno: si tratta di lavori legati a infrastrutture per la distribuzione di acqua, case a basso coste per lavoratori migranti e ferrovie. In parole povere, la politica fiscale è già la leva primaria della Cina, anche se come vi ho spiegato ieri la svalutazione dello yuan comporta fughe di capitali e il supporto alla valuta sta drenando fondi dalle riserve che non andranno più all'acquisto di debito estero e altri assets. Ed è proprio la rottura di questa dinamica di riciclaggio globale del biglietto verde, a partire dai petrodollari, che arma le tesi dei vari Buiter del mondo, altro che ricette per uscire dai rischi recessivi.