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FINANZA/ Quei numeri che "dicono" alla Fed di alzare i tassi (e l'inflazione)

Pubblicazione:martedì 8 settembre 2015

Il presidente della Fed Janet Yellen (Infophoto) Il presidente della Fed Janet Yellen (Infophoto)

Guardando oltre questi "meri dati", può quindi suscitare interrogativi che la Fed non si renda conto che economia e mercati hanno mostrato di seguire con abbastanza convinzione la banca centrale i ben due anni di preparazione degli indirizzi di politica monetaria. Perché ora tanti timori a muoversi? Negli ultimi giorni (fra il summit di Jackson Hole e il G20 di Ankara), il vicepresidente della Fed, Stanley Fischer, ha espresso la sua preferenza per una “minima aggiustatina” agli ingranaggi, facendola seguire da una fase di attenta osservazione utile allo studio delle mosse successive.

Dei due obiettivi statutari assegnati alla Federal Riserve, quello della piena occupazione appare chiaramente raggiunto, manca il raggiungimento di un tasso di inflazione che consenta di ritenere raggiunta la stabilità del valore della moneta (un tasso di inflazione troppo basso evidentemente avvicina possibili instabilità). Una parte importante del basso tasso di inflazione che stiamo osservando deriva anche dall' effetto indotto dal movimento di prezzo delle commodities non solo energetiche. Nel passato l' economia mondiale ha affrontato altri periodi in cui i prezzi depressi delle materie prime hanno mitigato il tasso di inflazione dei prezzi al consumo, quei periodi sono stati logicamente legati a condizioni macro economiche complessive chiaramente favorevoli a buoni tassi di sviluppo delle economie.

Osservando la velocità americana nella creazione di nuovi posti di lavoro e le pur parziali ma comunque importanti origini della moderazione inflattiva, è ragionevole concludere che, se non ci fosse anche un minimo segnale di inversione nella politica monetaria, dovremmo accettare di proiettare una crescita economica nel 2016 anche oltre il tasso di sviluppo naturale dell'economia, fatto che renderebbe ormai datata la definizione di sviluppo moderato, modesto. Potremmo assistere ad un assorbimento occupazionale il Usa che ecceda la definizione di massima occupazione della Fed, erodendo quella parte di disoccupazione frazionale normalmente presente in ogni sistema (con effetti sul lato inflazione).

Tirate le somme e considerato che la definizione degli obiettivi dati alla Fed nel suo mandato ha caratteristiche di vincolo legale, la domanda – anzitutto di cultura istituzionale - è per quale motivo la Fed non alzerà i tassi a settembre? Gli inviti del Fondo Monetario, alle orecchie dei governatori della Fed, dovrebbero assumere la stessa importanza di qualunque altro invito proveniente dalle fonti più disparate. La domanda finanziaria profonda è invece: cosa faranno i mercati dopo che la Fed qualcosa avrà fatto (anche non facendo nulla)? E’ probabile che per trovare la risposta – probabilmente non subito - bisognerà cercare in quella parte di obiettivo ancora non raggiunta dalla Fed: un tasso di inflazione “corretto”, “sostenibile”, finalmente “sano”. Saranno le proiezioni di quell’indice la bussola previsiva e la successiva chiave di lettura delle mosse successive della Fed. E quindi di molte su un’evoluzione non più “incerta/volatile” di tassi e cambi: negli Usa e in Europa.



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