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FINANZA/ Quei numeri che "dicono" alla Fed di alzare i tassi (e l'inflazione)

Al di là dei dati occupazionali di agosto (da verificare) i fondamentali dicono che tutto è pronto per il primo rialzo dei tassi Usa: e per un po' più di inflazione. LUCA PASSONI

Il presidente della Fed Janet Yellen (Infophoto) Il presidente della Fed Janet Yellen (Infophoto)

Gli ultimi dati sull'occupazione Usa erano molto attesi nel conto alla rovescia verso il 16-17 settembre, quando il Fomc stringerà sulla politica monetaria del dollaro. Le cifre sono risultate inferiori alle attese (173 nuovi posti di lavoro contro una stima di 213mila) anche se le statistiche relative al mese di agosto hanno tradizionalmente un’elevata probabilità di essere riviste. Sui mercati ne è derivato in ogni caso un immediato contraccolpo ribassista e qualche impatto addizionale rispetto al post-Bce si è visto venerdì su quotazioni del dollaro e tassi. Comunque: una reazione a caldo, tutta da verificare a partire da oggi fino allo showdown del governatori della Fed e poi oltre metà mese.

Minute del Fomc e dichiarazioni pubbliche a Federal Riserve – e altre ne seguiranno prevedibilmente nei prossimi giorni – ci dicono che le opinioni sul ciclo economico Usa sono diversificate, ma generalmente non negative. Dalla raffica di statement è lecito attendersi un supplemento di volatilità erratica. Le attuali proiezioni relative allo sviluppo dell' economia nordamericana la vedono quasi univocamente ancora in crescita (spesso definita moderata, modesta, comunque invidiabile per chi la vede dall' Europa), il tasso di inflazione locale oggi è chiaramente in terreno più rassicurante che in Europa (le sue proiezioni per il prossimo anno viaggiano attorno al 1,5%). In base ai “fondamentali interni” le condizioni per un primo rialzo dei tassi in settembre sembrano dunque rimanere.

La volatilità estiva dei mercati, legata essenzialmente al rallentamento dell' economia cinese e ai bruschi assestamenti di borse e valuta, richiede di contestualizzare il significato dei segni di rallentamento per l'economia statunitense. Il peso delle esportazioni americane nella Repubblica Popolare si aggira attorno all'1% del Pil: gli effetti del rallentamento cinese possono essere più sensibili per l’economia europea, notoriamente più aperta di quella Usa e quindi più esposta alla domanda cinese. Sappiamo nel contempo che il contributo immediato dell' economia giapponese potrà essere limitato ma sappiamo anche che la dimensione dell’economia Ue supera nettamente quella giapponese, ma anche quella cinese: gli eventuali problemi importabili dall' economia Usa vedono soprattutto l' Europa come loro origine. Il Vecchio Continente appare comunque indirizzato su un pattern di crescita graduale ma non incerta: al di là delle dichiarazioni del presidente della Bce, Mario Draghi, doverosamente prudenti.

Lo stesso tasso di disoccupazione Usa – così dibattuto - è pur sempre prossimo alla definizione di pieno impiego usata dalla Federal Riserve: anche le nozioni più allargate mostrano miglioramenti (la disoccupazione di lungo termine appare anche essa in calo) e l’inflazione salariale mostra una leggera crescita. I puri dati quindi possono aiutare a credere che almeno la componente consumi interni possa continuare a sostenere l'economia (non dimentichiamo che la voce consumi pesa per quasi il 70% del Pil Usa).