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Economia e Finanza

SPILLO/ Tasse, spesa, debito, pensioni: se Renzi gioca alle "tavolette" (sulle pelle degli italiani)

La sterzata sugli stimoli fiscali alle imprese, l'improvviso allarme sul debito, il dietrofront sulla flessibilità in uscita: la politica economica è in stato confuzionale. GIANNI CREDIT

Matteo Renzi (Infophoto)Matteo Renzi (Infophoto)

E' toccato a Giorgio Squinzi provare a tradurre in italiano un "renzese" sempre più confuso nel narrare la politica economica prossima ventura. "Sono fra quelli per cui è meglio ridurre le tasse sulle imprese piuttosto che ridurre le tasse sulle case come Imu e Tasi", ha detto ieri a Bologna il presidente di Confindustria: ormai quasi uscente, par di capire senza troppi rimpianti né da parte sua né da parte di un premier rottamatore di corpi intermedi e amante dei nuovi boiardi penetrati anche nelle stanze di Viale dell'Astronomia.

Le parole di Squinzi sono parse fino a un certo punto un apprezzamento per un orientamento che, per la verità, a Cernobbio non è stato delineato da Renzi,, ma a ruota dal ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan: lui stesso sempre più affannato nel tradurre in corsa i proclama del suo premier.

Dunque: "Due miliardi di sconti fiscali alle imprese" campeggiava sui giornali di ieri mattina. E Squinzi ha applaudito, ma nel farlo non ha potuto fare a meno di rilevare che si è trattato di una netta sterzata rispetto agli annunci dello stesso premier, appena dieci giorni fa: "Il 16 dicembre celebreremo il funerale delle tasse sulla casa". Una linea che sembrava confermare in tutto il mantra degli "80 euro": la ripresa passa per lo stimolo alla domanda di consumi da parte delle famiglie, è a loro che bisogna mettere in tasca al più presto il grosso di 50 miliardi di tagli fiscali in tre anni.

Ma a Cernobbio, davanti a un pubblico selezionato di imprenditori e capi d'azienda, Renzi ha cominciato a cambiare toni. E Padoan, di ritorno dal G20 di Ankara, ha provato a quadrare una cifra: niente di eccezionale, ma ha fatto titolo proprio perché ha cambiato "narrazione". E non è stato l'unica sostituzione rapida di spartito, negli ultimi giorni.

La prima Renzi l'ha operata quando ha posto come priorità per il 2016 la netta discesa del debito nel bilancio pubblico: quasi in sorpasso sulla "spending review", cioè sul taglio della spesa corrente. Su ilsussidiario.net abbiamo provato a cogliere il senso della sterzata, ancora una volta in chiave di clash - "alla greca" - fra narrazione e realtà. Renzi è parso evidenziare la presa d'atto che senza un serio attacco al debito, la Ue concederà all'Italia ben poca della flessibilità sperata. Una riforma come il Jobs Act potrà essere spendibile per un report del Fondo Monetario, ma se non produce Pil, non serve a creare spazi nel bilancio: certamente non sui tavoli dei "ragionieri" di Bruxelles e dei governanti "falchi" del Nord Europa. Per di più concentrarsi sul taglio della spesa pubblica porta inevitabilmente a togliere domanda nel breve periodo  (soprattutto nelle tasche di dipendenti pubblici che votano Pd, ma questo è un altro discorso). Quindi risale come parola d'ordine la riduzione del debito: il numeratore del famigerato "130%".