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FINANZA E POLITICA/ Dalla Cina il nuovo "passo" che lascia l'Italia al palo

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Se le cose stanno così, chi farà da traino all’economia mondiale? Gli Stati Uniti da soli non sono in grado, l’Unione europea va avanti al ritmo di lumaca ed è quella destinata a soffrire di più. La ripresa, soprattutto nella zona euro, è stata tirata quasi completamente dalle esportazioni perché la domanda interna è stata compressa. Un po’ per necessità (bisognava ridurre l’eccesso di debiti pubblici e privati), in gran parte per scelta (la Germania ha risposto alla crisi puntando sull’export e tutti gli altri hanno cercato di seguirla, sia pur a distanza). Questo modello non funziona più, non funziona come prima nemmeno per l’economia tedesca, figuriamoci per le altre. Dunque, è arrivato per l’Europa il momento di aumentare la domanda interna.

Il cambio di fase che parte dalla Cina induce insomma le altre grandi economie a compensare il traino estero con quello domestico. Ciò vale meno per gli Usa che lo hanno già fatto (anche se non abbastanza per Paul Krugman e i neokeynesiani), mentre diventa un imperativo categorico per l’Eurozona e ripropone la questione tedesca. Intendiamoci, la Germania ha offerto uno sbocco per le merci italiane, francesi e spagnole, ma a questo punto deve fare molto di più seguendo le indicazioni del Fondo monetario internazionale e le raccomandazioni del G20. Berlino se ne rende conto, ma lo farà?

Se davvero siamo di fronte a un nuovo ciclo strutturale, il paradigma dell’austerità diventa un impaccio, anche se i conti con il passato non sono stati ancora saldati. E questo rende tutto maledettamente più complicato. I paesi europei hanno oggi debiti pubblici superiori al passato di venti, trenta, quaranta punti del Pil; le banche sono ingessate da titoli marci e prestiti incagliati; la Bce ha fatto il massimo, ma non abbastanza; gli investimenti, che sono la vera molla dello sviluppo, ristagnano ovunque; l’Europa non è percossa dalla carica di innovazioni che vediamo all’opera negli Stati Uniti.

Difficile capire il da farsi. Bisognerebbe che i governi dell’Eurozona prendessero atto della realtà e avviassero in modo ordinato e coordinato un rilancio degli investimenti e dei consumi con politiche fiscali espansive. Nulla del genere è all’orizzonte. A questo punto ciascuno cerca di fare da sé o sfuggendo alla regola del deficit, come la Francia e la Spagna, o a quella del debito come l’Italia, che vorrebbe rimettere in discussione il Fiscal compact. Le turbolenze sui cieli dell’Asia, dunque, rischiano di diventare una tempesta su quelli europei, non solo perché l’economia mondiale è sempre più interconnessa, ma per l’incapacità di reagire a quel che sta accadendo.



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