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SPY FINANZA/ La "benzina" che aiuta il crollo delle borse

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E questa è la cosa grave: congelare le vendite significa ammettere di essere in trappola, significa dire al mondo che il mercato cinese resta in vita solo grazie alla mano dell’intervento statale e ai divieti. Certo, per ora il mondo finge di ignorarlo, ma senza il sostegno della Fed per quanto potrà permettersi di farlo? Di più, una larghissima percentuale di azioni è in mano a entità statali e non tradano nemmeno più: restano congelate, nei bilanci e sul mercato. Una follia assoluta.

C’è poi la svalutazione, ovvero il fallimento della politica di sostegno dello yuan, costata alla Banca centrale cinese qualcosa come 140 miliardi di dollari il mese scorso sui mercati valutari esteri: il problema è che glispread sui contratti yuan offshore stanno salendo, sintomo che i traders si attendono che il peggio debba ancora arrivare. Ma la Cina ha davvero bisogno di svalutare? Ha davvero bisogno di una valuta più debole quando ha circa 600 miliardi di surplus di conto corrente? Serve davvero quella mossa per stabilizzare la crescita e stimolare l’export, quando di fatto si sta già esportando solo deflazione attraverso il diluvio di extra-produzione che si sta riversando a livello globale sui mercati? Oltretutto, le riserve cinesi sono scese da 4 triliardi di dollari agli attuali 3,3 triliardi, non lontanissimo da quei 2,6 triliardi ritenuti livello prudenziale dal Fmi, visti gli 1,2 triliardi di liabilities denominate in dollari. E visto a che ritmo si stanno bruciando riserve per difendere lo yuan, si parla di mesi e non più di anni.

Il problema è che se anche Pechino volesse tentare l’azzardo di un blitz valutario in grande stile, bruciare riserve porta a contrazione creditizia, il cosiddetto credit crunch, ovvero un qualcosa che può esacerbare le dinamiche ribassiste dell’economia reale. La speranza è che Pechino non voglia tentare di bypassare il problema tagliando i requisiti di riserva per le banche, ovvero passare dal 18% al 5% come durante la grande crisi bancaria del 1998: in questo modo si libererebbe nel sistema liquidità per 3 triliardi di dollari, di fatto un’enorme iniezione di stimolo per l’economia, ma si indebolirebbe la valuta, accelerando ed esacerbando le fughe di capitali. A quel punto, Pechino sarebbe in trappola.

Il problema è che nessuno al mondo può avere un conto capitale aperto, un tasso di cambio gestito e una politica di sovranità monetaria: almeno una delle tre variabili va sacrificata, soprattutto ora che la Cina sembra disinteressata a politiche di contrazione valutaria e, anzi, vuole tenere i tassi interbancari al minino possibile. Inoltre, Pechino ha visto la percentuale di incidenza dell’export sul Pil calare dal 65% al 41% nell’ultima decade, quindi non c’è questa necessità stringente di svalutare per pompare le esportazioni al massimo: c’è però bisogno di stimolo interno affinché l’economia non vada in stallo, preparando il terreno al famoso e tanto temuto hard landing.

Pechino, insomma, deve fare una scelta e deve farla anche in fretta. Soprattutto alla luce degli ultimi dati arrivati da Shanghai, in base ai quali il +18% di aumento del credito in cui si è sostanziata l’ultima fiammata di stimolo ci dice chiaramente che Pechino non vuole flettere la sua bolla da 27 triliardi legata ai prestiti. Con le ratio di debito che stanno andando alle stelle, la Cina sta aumentando il suo grado di leverage a livello assolutamente insostenibile già sul medio termine. Insomma, quando leggete o parlate di Cina, date importanza alla Borsa, ma solo per quella che realmente ha: è il problema sottostante, ovvero il debito enorme, a dare ossigeno a tutti gli incendi che Pechino fa divampare sui mercati globali. E prima o poi quell’argomento non potrà più essere derubricato, ma andrà affrontato: quello sarà il vero punto di svolta, la nascita di una nuova Cina e una nuova economia cinese post-commerciale. Un qualcosa di storico che richiederà, però, un alto prezzo da pagare. 



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COMMENTI
11/01/2016 - domanda a Bottarelli sulle subordinate (Roberto Lucini)

visto che ormai la parola "subordinata" agli occhi dei risparmiatori ha assunto la stessa valenza di "subprime", è logico aspettarsi che le banche italiane d'ora in poi non riusciranno più a piazzarne. Ma le subordinate, come tutte le obbligazioni, hanno tutte una scadenza, e molte probabilmente scadranno proprio nel 2016. A questo punto come faranno le banche che le avevano fin qui piazzate a man bassa a finanziarsi senza sforare tutti i parametri di Basilea 3 dai quali le subordinate erano graziosamente escluse? E ancora, visto che di conseguenza molte banche peggioreranno il loro Tier 1, oltre a tutto nel momento peggiore, più che il rischio c'è la certezza di un avvitarsi della crisi dietro l'angolo del nostro sistema bancario. Già da oggi conoscendo gli importi di subordinate in ballo e le loro scadenze si potrebbe prevederne l'evolversi. Un cordiale saluto.