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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Il "cigno nero" della Catalogna

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E le mosse in tal senso sono già cominciate, visto che sabato il leader del Partito Popolare in Catalogna, Xavier Garcia Albiol, ha scritto la seguente frase sul suo profilo Twitter: «L’emergenza di una nuova amministrazione pro-indipendenza sottolinea il bisogno immediato per un governo spagnolo forte e stabile che risponda alla sfida». Di più, intervistato dal Wall Street Journal, Andrew Dowling, docente di storia spagnola e catalana alla Cardiff University in Galles, ha rimarcato il fatto che «questo argomento potrebbe rafforzare la pressione di Rajoy sui socialisti e sugli altri avversari che sono però contrari all’autodeterminazione della Catalogna e aiutarlo a formare un governo di unità nazionale ed evitare nuova elezioni generali».

Ma attenzione, perché non solo politica e storiografia si sono mosse in questo weekend, anche le banche. In particolar modo Deutsche Bank, il cui report sul caso sottolineava come «l’incapacità di formare un governo regionale sarebbe un significativo passo indietro per il movimento indipendentista. Il mercato potrebbe salutare con favore uno sviluppo simile, ma l’impasse politica in Catalogna non aiuterebbe a risolvere l’ingorgo politico venutosi a creare a livello nazionale dopo il voto di dicembre. Per esempio, una pausa nel processo indipendentista ridurrebbe il senso di emergenza nazionale che potrebbe invece giustificare una collaborazione temporanea tra Pp e Psoe». Insomma, c’è aria di grosse koalition in salsa iberica e la conferma è arrivata domenica dalla conferenza stampa di uno dei più fidati alleati di Mariano Rajoy in seno al Pp, Fernando Martínez-Maillo, il quale ha detto chiaro e tondo che «una coalizione con oltre 200 parlamentari potrebbe essere la migliore risposta a quella che io chiamo una sfida alla sovranità spagnola. Ora non ci sono più scuse. Quando la nuova legislatura si aprirà mercoledì (domani, ndr), dovremo trovare un accordo tra tutti noi per un governo più ampio possibile che unisca i partiti principali, noi, il Pp e logicamente anche Ciudadanos, una delle cui finalità dovrà appunto essere difendere l’unità della Spagna».

Ma davvero siamo alla fase della “minaccia”? Davvero l’accordo raggiunto in Catalogna segna una pietra miliare e un salto di qualità della sfida indipendentista di Barcellona verso Madrid? A detta del vecchio premier dimissionario Artur Mas, sì. Ecco le sue parole dopo il passo indietro: «Puigdemont ha un’idea molto chiara del progetto per la nostra nazione ed è intenzionato a fare della Catalogna uno Stato». Il sopracitato Andrew Dowling è dubbioso al riguardo e sempre sul Wall Street Journal si è chiesto: «Davvero vogliono creare la loro autorità fiscale e altre strutture statali?». La risposta di Mas a questi dubbi è stata lapidaria: «Ignorate la retorica e le dichiarazioni, seguite le azioni». Ovvero, guardate a quale agenda sarà chiamato a sovraintendere Puigdemont.

Già, perché il nuovo governo catalano ha già pronto un piano politico di negoziazione con Spagna e Ue riguardo la creazione di un nuovo Stato catalano e questo presuppone i seguenti punti: la Catalogna dovrà porre in essere piani per la sicurezza e la difesa; ha bisogno di una sua Banca centrale; deve avere una nuova legge elettorale; deve espandere il potere della sua agenzia fiscale. E queste cose Puigdemont le ha ribadite in una dichiarazione al Parlamento catalano riunito in sessione plenaria subito prima del voto per la sua investitura tenutosi nel weekend, quindi il palco più politico e ufficiale possibile.