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SPY FINANZA/ Il nuovo '92 dietro al "dagli alla Germania"

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Angela Merkel e Barack Obama (Infophoto)  Angela Merkel e Barack Obama (Infophoto)

Chi ha dichiarato guerra alla Germania? E perché? Già, perché nonostante io non sia mai stato tenero con i tedeschi, anche un bambino vedrebbe che da qualche settimana la Germania è sotto attacco di poteri forti internazionali, la cui finalità appare ovvia: colpire al cuore l’Ue per indirizzarla su binari più favorevoli ai propri interessi e, soprattutto, allontanarla dall’abbraccio sempre più probabile con la Russia di Vladimir Putin. Il problema è che ormai non si finge più nemmeno di coprire la strategia della tensione, la si applica en plein air, anestetizzati come siamo da qualsiasi idiozia televisione e Internet ci propinino.

Partiamo dall’ultimo evento, quello di ieri. Stando alle ultime indicazioni fornite e in mio possesso, sarebbero almeno 10 i morti e 15 i feriti in seguito a un’esplosione avvenuta poco le 9 del mattino nel cuore turistico di Istanbul, vicino alla moschea Blu e a quella di Santa Sofia. Fra i feriti ci sarebbero 6 tedeschi, un norvegese e un peruviano, mentre stando al quotidiano tedesco Bild fra le persone decedute ci sarebbero addirittura 9 tedeschi. Anche la stessa cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha detto che potrebbero esserci connazionali tra le vittime, essendo stato colpito «un gruppo di turisti della Germania. Non abbiamo ancora tutte le informazioni su artefici e vittime, ma siamo in grande ansia che ci possano essere e che ci saranno vittime e feriti tedeschi», ha sostenuto la cancelliera. La quale ha poi immediatamente dichiarato che «è necessario intervenire al più presto contro il terrorismo internazionale che ha mostrato il suo brutto volto a Istanbul, Parigi, Ankara, in Tunisia e dobbiamo agire in modo deciso contro questo».

Guarda caso, quando ancora non si sapeva nemmeno il numero preciso delle vittime, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, dichiarava senza ombra di dubbio che «è stato un kamikaze di origine siriana a compiere l’attacco». Di più, «l’attentatore avrebbe 28 anni e stando a fonti della sicurezza turca, è probabile che appartenga allo Stato islamico». Mancava che ci dicesse cosa aveva mangiato a colazione e quale squadra di calcio tifasse e il quadro era completo. Un po’ strano, non vi pare? Strano, ma estremamente comodo, visto che in questo modo Erdogan avrà un argomento vincente da contrapporre a chi gli rinfaccia la sua ambiguità nei confronti dell’Isis. Di più, nel giro di poche ore il governo turco cambia versione: il kamikaze è un saudita legato all’Isis. Meglio ancora, Ankara prende due piccioni con una fava: da un lato si atteggia a vittima e bersaglio di Daesh, quando ha ospitato campi di addestramento e permesso il passaggio di militanti dalla frontiera con la Siria, e dall’altro prende le distanze dall’alleato sempre più scomodo, quella Ryad che con i suoi massacri in Yemen e con la contrapposizione con l’Iran sta creando sempre più imbarazzi, anche tra i sunniti. E, contemporaneamente, la Germania è avvertita. Per l’ennesima volta.

Pochi giorni fa, infatti, era stato il New York Times ad attaccare duramente la cancelliera tedesca, soprattutto riguardo la sua politica di accoglienza dei rifugiati. Ecco cosa si leggeva al riguardo nel titolo dell’editoriale: «La Germania sull’orlo del baratro, se ne deve andare così che il suo Paese e l’intero continente da lei guidato possano evitare di pagare un prezzo troppo alto per la sua follia di nobili principi e ideali». L’editoriale, firmato da Ross Douthat, partendo da quanto accaduto a Colonia la notte di Capodanno, giudicava «folle» la scelta della cancelliera di accogliere, senza porre limiti, l’afflusso di centinaia di migliaia di migranti. Il New York Times faceva quindi riferimento al romanzo di Michel Houellebecq, Sottomissione, in cui si immagina appunto la sottomissione all’Islam della popolazione e sosteneva che questo scenario «ha buone probabilità di realizzarsi nel futuro della Germania».

Le solite idiozie neocon che piacciono tanto al Foglio, ma resta un fatto: non si tratta dello stesso New York Times che incensò la Merkel quando decise di aprire le frontiere ai siriani, dipingendola come una statista e un’illuminata? Non è lo stesso New York Times che piangeva lacrime di coccodrillo sulla foto di Ayalan, la stessa che di fatto ha spinto la Merkel ad agire, aprendo le frontiere? Mi pare di sì, ma forse mi sbaglio.


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