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GEO-FINANZA/ Pelanda: il "triumvirato" per evitare un altro 2008

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Barack Obama e Vladimir Putin (Infophoto)  Barack Obama e Vladimir Putin (Infophoto)

Quanto dobbiamo veramente preoccuparci? Da un lato, le tante fonti d’instabilità globale non sono nuove: da anni Iran e monarchia saudita sono in guerra indiretta; da più di un anno i sauditi, poi, spingono al ribasso il prezzo del petrolio per mettere in crisi concorrenti e competitori geopolitici; da decenni la Corea del Nord attua provocazioni periodiche per ottenere soldi e non ingerenze nel suo regime chiuso; la Cina è in crisi, con conseguenze sul ciclo globale delle materie prime, da almeno due anni; ecc. Dall’altro, all’inizio dell’anno tutte le crisi potenziali o latenti sono peggiorate rendendo evidente la mancanza di una forza ordinatrice.

Questa è la novità che deve preoccupare: il problema non è tanto il disordine, ma il fatto che il mondo non sia governato, né governabile. Percezione esagerata oppure inquietante realtà? Il mercato non ha ancora deciso. Forse è meglio dire che sta scontando una minore espansione dei corsi azionari perché la pompa di capitale in dollari attivata dalla Fed, che le ha fatte crescere artificialmente dal 2009, sarà molto minore nel 2016 e l’iniezione di liquidità della Bce non ha piene capacità di sostituirne l’effetto.

Pertanto, semplificando, “tira giù” le Borse di un tot che permetta di aprire, poi, uno spazio di ri-crescita compatibile con la situazione. Ma non ha ancora scommesso su un peggioramento catastrofico del disordine mondiale. Se lo avesse fatto, i crolli in Borsa sarebbero stati a picco così come la risalita del prezzo dell’oro. Invece gli attori finanziari hanno aumentato la liquidità in portafoglio sia per prudenza, sia per essere pronti a cogliere opportunità. In sostanza, è una posizione di attesa.

Tornando alla domanda iniziale, dovremmo veramente preoccuparci se nelle prossime settimane non ci fossero segnali di un qualche tentativo credibile di riordinamento del sistema globale, perché il mercato, a questo punto, scommetterebbe su una grave crisi in arrivo, amplificandola, considerando che le Banche centrali e gli Stati hanno meno strumenti di liquidità e di debito disponibile per interventi stimolativi di quanti ne avessero nel 2008.


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