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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Le "previsioni" per il petrolio tra Libia, Arabia Saudita e Iran

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E il già citato James Bullard sembra aver messo non poco le mani avanti giovedì, visto che oltre alla frase da scoperta dell'acqua calda di cui vi ho parlato prima, ha detto anche altro: «Visti i movimenti molto sostanziali del prezzo del petrolio negli ultimi tempi, l'azione della Fed potrebbe esserne influenzata. Inoltre, le basse aspettative inflazionistiche potrebbe mantenere l'inflazione al ribasso e anche questa variabile potrebbe rendere più difficile per la Fed il ritorno alla quota obiettivo». Il basso prezzo del petrolio è l'alibi perfetto per cambiare idea senza rimetterci la faccia, visto che si tratterebbe di una mossa dovuta a variabili non interne? Può essere. 

Molti indicatori, come ad esempio il costo dei noleggi quotidiani di tanker per il trasporto di petrolio, paiono suggerirci che il prezzo rimarrà basso ancora a lungo e che anzi si potrebbe arrivare a quota 20 dollari al barile, ma bisogna porsi una domanda: al netto della produzione record e del rallentamento dell'economia globale, queste valutazioni sono reali e credibili o ci sono delle compressioni esogene? Ma ancora più importante: un'impennata del greggio è davvero così improbabile in un contesto come quello attuale? 

Prendiamo due scenari. Il primo è quello della disputa tra Iran e Arabia Saudita, a vostro modo di vedere si potrebbe passare il punto di non ritorno? In un articolo pubblicato da The New Statesman, l'ex ambasciatore britannico a Ryad, John Jenkins, ha dichiarato che l'Arabia ha una serie di ragioni valide per cui non mollare, soprattutto per non mostrarsi debole agli occhi dei nemici che vede ormai dietro ogni angolo: estremisti in casa, un Iran più forte, basso prezzo del petrolio appunto, rischio di primavera araba interna e, soprattutto, raffreddamento della special relationship con gli Usa. Lo stesso accordo sul nucleare iraniano dà conferma del fatto che Ryad si senta sempre più insicura e che potrebbe essere tentata dal confronto per evitare di finire accerchiata dall'asse sciita. Di fatto, i due contendenti stanno già confrontandosi nella proxy war in atto in Yemen, ma un confronto diretto sarebbe completamente differente e avrebbe conseguenze catastrofiche per il mercato del petrolio, anche se consideriamo l'attuale extra-offerta presente. 

Quanto catastrofiche? Il professor Hossein Askari della George Washington University la pensa così: «Se ci fosse un confronto bellico tra Arabia Saudita e Iran, il prezzo del petrolio potrebbe schizzare in una notte a 250 dollari al barile, salvo poi calare e stabilizzarsi in area 100 dollari. Ma se i due contendenti dovessero attaccare le infrastrutture petrolifere, allora potremmo vedere il petrolio volare a 500 dollari al barile e restare in quell'area per un po' di tempo, dipendente dall'entità dei danni arrecati». E attenzione, perché se queste valutazioni sembrano fantascientifiche, così come l'ipotesi di un conflitto più o meno dichiarato e ufficiale tra Arabia Saudita e Iran, lo spazio tra eccesso e carenza nel mercato petrolifero sa essere terribilmente piccolo e ristretto. E qui entra in campo il concetto di spare capacity, ovvero avere a disposizione delle scorte di un prodotto per prevenire la scarsità di offerta, la quale potrebbe appunto innescare un rialzo incontrollato del prezzo della materia prima.