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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Le "previsioni" per il petrolio tra Libia, Arabia Saudita e Iran

Il prezzo del petrolio viaggia in questi giorni sui minimi dal 2004, ma un’impennata del greggio è davvero così improbabile? MAURO BOTTARELLI prova a rispondere

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Il prezzo del petrolio viaggia in questi giorni sui minimi dal 2004 e, nonostante una piccola ripresa sostanziatasi giovedì dopo le parole del capo della Fed di St. Louis, James Bullard, riguardo il fatto che prima o poi si toccherà il fondo (roba da Nobel ma i mercati hanno reagito alla grande), la settimana prossima le spinte ribassiste potrebbe aumentare se, come pare, l'International Atomic Energy Agency nel suo report atteso per venerdì darà parere favorevole rispetto all'impegno dell'Iran sul programma nucleare e quindi verranno ammorbidite le sanzioni sull'export. Ma il basso prezzo del petrolio ha anche altre implicazioni, ad esempio quelle sulle politiche monetarie delle banche centrali. Di fatto, un greggio così a buon mercato nelle valutazioni ha abbassato e non poco l'asticella per un aumento del piano di Qe della Bce. 

Provo a spiegarmi. Se i prezzi del petrolio restano dove sono, infatti, l'inflazione dell'area euro potrebbe addirittura virare in negativo a metà dell'anno in corso e tornare attorno a zero per fine anno: di fatto, nonostante l'operato della Bce, saremo nuovamente in deflazione conclamata. Stando a calcoli di Ubs, se il petrolio rimbalzasse invece nell'area 55-60 dollari al barile, entro la fine di quest'anno l'inflazione potrebbe arrivare alla mitica quota del 2%. 

Ma cosa sta accadendo alle aspettative inflazionistiche in questi giorni? Stando al misuratore preferito da Commerzbank stanno avvicinandosi ai livelli pre-Qe: lo swap inflazionistico 5y5y è infatti a 1,63% dal picco dell'1,81% del 1 dicembre e al di sotto di dove si trovava prima che la Bce desse il via al piano di stimolo. Non è un caso che sia gli economisti di Ubs che di Bank of America abbiano già abbassato le previsioni di stima inflazionistica per l'eurozona e si preparino a un blitz della Bce per il secondo trimestre di quest'anno, molto facilmente con un annuncio che verrà dato al meeting del board del 10 marzo prossimo. 

Certo, il petrolio che schianta le previsioni inflazionistiche gioca a favore di Draghi nella creazione di maggior consenso verso un ampliamento dei programma di acquisti, ma, al di là del capire su quali assets intervenire, questo potrebbe innescare tensioni all'interno del Consiglio direttivo, ovviamente tra governatore e Bundesbank. In molti, infatti, pensano che se le dinamiche non dovessero cambiare, Mario Draghi sceglierebbe già nelle prossime settimane la politica dell'annuncio più o meno ufficioso per testare le reazione dei mercati, ma questo, storicamente, è l'atto che maggiormente infastidisce la Germania. 

Ma, attenzione, perché il prezzo basso potrebbe fare molto comodo a un'altra Banca centrale, nella fattispecie la più potente al mondo: la Fed. La quale, resasi conto di aver compiuto un errore madornale alzando i tassi a dicembre, ora utilizza la scusa del petrolio basso e delle prospettive inflazionistiche in calo per preparare la strada a un netto rallentamento del programma d rialzo, se non addirittura a un'inversione a U con nuovi tagli. Gli swaps 5y5y statunitensi, infatti, sono crollati sotto il 2% l'altro giorno per la terza volta in tutta la storia: la prima fu nel 2008 con Lehman e la seconda lo scorso settembre quando di fatto la Fed annunciò l'imminente rialzo.