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Economia e Finanza

SPY FINANZA/ Il "cigno" russo che spaventa i mercati

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Immagino che anche voi, come me, troviate la terza ipotesi la più interessante per ovvie e dirette ragioni, ma io voglio delinearvi un altro scenario, altrettanto da “cigno nero”, ma con conseguenze che sarebbero geopoliticamente enormi, qualcosa di senza precedenti. Guardate il primo grafico a fondo pagina, ci mostra come lunedì il rublo abbia toccato il suo minimo storico sul dollaro e, dipendendo dalla traiettoria di prezzo del petrolio, con l’anno nuovo il deprezzamento potrebbe inasprirsi, tanto più che anche le rinnovate sanzioni occidentali potrebbe fungere da accelerante. Ora, al netto del fatto che se si arrivasse in area 75 la Banca centrale russa non potrebbe continuare con la sua linea di non interventismo, vediamo tre proiezioni curate da Goldman Sachs in base a tre diversi prezzi del barile rispetto al deficit russo.

Con la valutazione attorno a 35 dollari, il rublo andrà in area 72 sul dollaro e l’inflazione sarebbe a circa il 6% alla fine del 2016. Con il prezzo a 30 dollari al barile, il deprezzamento del rublo potrebbe arrivare a 77, circa il 10% meno del livello attuale ed entro la fine dell’anno l’inflazione russa potrebbe essere al 6,7%. Infine, con il barile a 25 dollari, il rublo potrebbe arrivare nell’area mediana degli 80 e l’inflazione il prossimo dicembre potrebbe attestarsi attorno all’8%.

Paradossalmente, le previsioni di Goldman Sachs appaiono quasi ottimistiche, visto che la Banca centrale russa ha previsto un risk scenario in base al quale il prezzo del petrolio rimarrà attorno ai 35 dollari al barile nel 2016 e in tale condizioni prevede una contrazione del Pil del 5% e un’inflazione tra il 7% e il 9% già oggi. Ma c’è di più, perché il budget federale russo per il 2016 prevede il barile a 50 dollari e in questo modo il deficit sarebbe al 3%, ma se soltanto quel numero calasse di 10 dollari al barile, la posizione fiscale di Mosca peggiorerebbe per un tasso pari allo 0,7% del Pil. Se per caso - scenario tutt’altro che peregrino - il barile arrivasse poi a 30 dollari, la questione diventerebbe davvero seria, visto che il deficit arriverebbe al 4,4% del Pil: essendo il budget per l’anno appena iniziato calibrato sul prezzo del petrolio a 50 dollari, la posizione fiscale peggiorerebbe del -4,4% del Pil, un gap significativo che diventerebbe il secondo (in negativo) degli ultimi 20 anni, essendo il peggiore il 6% raggiunto nel 2009.

Ma a peggiorare l’outlook fiscale russo ci pensa quel che vedete nel secondo grafico, ovvero le peripezie di Vnesheconombank (Veb), la banca statale più colpita dalle sanzioni occidentali e che siede su qualcosa come 15 miliardi di debito in valuta estera, situazione quest’ultima peggiorata proprio dalla svalutazione del rublo. Già oggi, Veb potrebbe aver bisogno di un salvataggio statale che potrebbe arrivare a costare fino a 18 miliardi di dollari e, nonostante fino a oggi sia stata il veicolo con cui Putin ha assorbito gli shock esogeni e non dell’economia, il fatto che il suo stato patrimoniale sia più che triplicato dal 2009 a oggi non depone a favore di una criticità asistemica.