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SPY FINANZA/ Il "cigno" russo che spaventa i mercati

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Sempre dal 2009 a oggi, la Veb ha speso qualcosa come 8 miliardi di dollari per finanziare gli accordi che hanno permesso a un investitore anonimo di comprare alcuni impianti per la lavorazione dell’acciaio in Ucraina e garantire che questi continuassero a operare e, come se questo non bastasse, sui bilanci dell’istituto gravano anche i costi dei giochi invernali di Sochi dello scorso anno, costati 50 miliardi di dollari (i più costosi di sempre), visto che Veb è di fatto in controllo di hotel, resort e altri complessi per 200 miliardi di rubli, ma che portano con sé solo perdite. E se il grafico a fondo pagina ci mostra l’estensione delle sofferenze di Veb nella prima metà di quest’anno, le perdite che l’istituto potrebbe patire su progetti voluti direttamente dal Cremlino potrebbero raggiungere 1,2 triliardi di rubli, di fatto quasi metà del deficit di budget atteso per il 2016.

Inoltre, nei prossimi anni Veb deve andare incontro a scadenze sul debito pari a 7,3 miliardi di dollari, il tutto avendo un’unica fonte di finanziamento: lo Stato. E a mettere ancora più in allarme sono le parole dell’ex ministro delle Finanze russo, quell’Alexei Kudrin uscito di scena nel 2011 dopo uno scontro con l’allora Presidente, Dmitry Medvedev, a detta del quale «la situazione dell’economia russa non è affatto buona. L’inflazione nel 2016 sarà di circa 150 punti base superiore alla previsione ufficiale del 6,4% e con il prezzo del petrolio messo a budget preventivo a 50 dollari al barile, la Russia potrebbe essere costretta a significative riduzioni della spesa per molte industrie o all’aumento della tassazione».

Perché sono importanti le parole di Kudrin? Perché stando a rumors sempre più insistenti sul mercato, starebbe per tornare nella compagine di governo per evitare che la recessione russa si avviti e si trasformi in qualcosa di peggiore. Stando a un funzionario russo citato sotto anonimato da Bloomberg mercoledì, «l’ex ministro Kudrin avrebbe incontrato privatamente sia il presidente Vladimir Putin che Dmitry Medvedev la scorsa settimana per discutere i piani del suo rientro nell’esecutivo con un ruolo economico di primo livello. Al momento, però, non sarebbe stata avanzata nessuna proposta formale». Per Tim Ash, capo del dipartimento mercati emergenti di Nomura a Londra, «i mercati apprezzerebbero molto il ritorno di Kudrin al governo, perché questo verrebbe letto come un passo decisivo verso un serio consolidamento fiscale e verso quelle riforme strutturali così necessarie». Una mossa, quella del ritorno di Kudrin, che sembra svelare un timore crescente a Mosca, ovvero il fatto che il possibile deterioramento dello stato di salute dell’economia possa portare a malcontento tra la popolazione, ancora oggi quasi plebiscitariamente favorevole a Vladimir Putin e alla sua leadership.

Così un alto funzionario governativo russo, anch’egli coperto dall’anonimato, ha descritto ieri la situazione in atto a Bloomberg: «Il governo ha ancora pochi mesi prima che il deterioramento delle condizioni economiche cominci ad alimentare tensioni sociali». La mia speranza è che l’agenda Usa non si basi su questo scenario.

 

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