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RIFORMA PA/ Piga: un piano che funziona al 10%

Per GUSTAVO PIGA, il rischio di queste misure è quella di creare l’illusione che siano sufficienti per risolvere il 100% del problema, mentre affrontano soltanto il 10%

Marianna Madia (Infophoto) Marianna Madia (Infophoto)

Il consiglio dei ministri ha approvato undici decreti attuativi della riforma della Pubblica amministrazione. Tra i provvedimenti quello che riguarda i dipendenti pubblici sorpresi a timbrare il cartellino e poi uscire: questi ultimi saranno puniti entro 48 ore con la sospensione dell’incarico e della retribuzione. I dirigenti che non denunciano l’illecito rischieranno a loro volta pensanti sanzioni. Le società partecipate non strettamente necessarie saranno eliminate. Mentre gli agenti della guardia forestale saranno riassorbiti dentro all’arma dei carabinieri oppure dei vigili del fuoco. Ne abbiamo parlato con Gustavo Piga, professore di economia politica all’Università Tor Vergata di Roma.

I provvedimenti sulla Pa sono un puro fatto d’immagine o c’è della sostanza?

Quella sui licenziamenti in 48 ore è una norma che si muove nella giusta direzione. La spesa per stipendi, della Pa del resto occupa il 10% del Pil. Su questa voce c’è bisogno di razionalizzazione e di migliorare la qualità. Parte della battaglia per migliorare la qualità della Pubblica amministrazione passa da quel 10% di dipendenti fannulloni che sono un peso per la collettività. Questo 10% genera solo disvalore e blocca posizioni che potrebbero essere occupate da giovani brillanti e volonterosi.

Le misure approvate dal consiglio dei ministri sono in grado di incidere sul problema?

Le misure del governo hanno una buona capacità di incidere perché coinvolgono in modo intelligente gli stessi dirigenti. Questi ultimi hanno sempre avuto una difficoltà oggettiva a muoversi contro persona con le quali lavorano a stretto contatto dalla mattina alla sera. In un certo senso questa norma aiuta i dirigenti, perché loro possono dire: “Sono obbligato a sanzionare i fannulloni perché altrimenti mi licenziano”. L’onere di una scelta spesso così difficile e piena di tensioni è spostata sulla centrale decisionale del governo Renzi.

Lei ritiene che ci saranno molte sospensioni di dipendenti fannulloni?

La norma è un deterrente, e quindi è anche possibile che non vi saranno sospensioni. Ciò sarà spiegabile in due modi: perché la norma non funziona, oppure perché la norma funziona benissimo al punto che tutti sono terrorizzati e nessuno osa più violare le regole. Quando l’allora ministro della Pa, Renato Brunetta, partì con il suo piano anti-assenteismo, ci fu un crollo delle assenze. Ma quando il ministro fu lasciato solo ritornammo al tran-tran quotidiano. Oggi il ministero della Pa deve dotarsi degli strumenti di controllo necessari.

Che cosa si può fare per tutti gli altri dipendenti pubblici, quelli onesti?

Non tutti i dipendenti pubblici sono dei fannulloni. Il 90% di loro non ha frodato sul timbro del cartellino perché ha un’etica. Molto spesso però queste persone lavorano in un contesto nel quale il dirigente non sfrutta appieno le loro qualità. Nello stesso tempo i dipendenti bravi sono remunerati con somme ridicole rispetto a quanto riescono a produrre per il Paese. Penso ai tanti giovani che non riescono a essere assunti nelle università o nelle scuole, o che se anche vi riescono poi tutto lo sforzo che profondono non è remunerato a sufficienza.

Le misure di Renzi risolvono alla radice il problema della Pa?