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SPILLO/ Le teorie che trasformano i risparmiatori in "parco buoi"

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Vorrei qui fare un breve cenno all’informazione: pochi settori dell’attività umana sono contraddistinti da una quantità di informazioni uguali a quelle presenti nei mercati finanziari, ma proprio queste troppe informazioni rendono lo spazio decisionale ingestibile; in sostanza, troppe informazioni non fanno decidere razionalmente: ecco perché gli investitori risparmiatori diventano non informati. Essi fanno scelte diverse che dipendono dal modo in cui un dato problema viene loro presentato e quindi prevedono eventi futuri incerti basandosi su una breve serie storica di dati, e attribuiscono un peso maggiore alle osservazioni più recenti. Queste scorciatoie mentali vengono definite euristiche, che riflettono quindi i giudizi comuni, le chiacchiere e i consigli degli altri, dei conoscenti, exc.

Nel 1986 Fisher Black, (altro premio Nobel) in un articolo in “Journal of Finance”, evidenziò che gli investitori agiscono su “voci” piuttosto che su informazioni, nel senso che seguono consigli di guru, di esperti, di persone considerate affidabili; in poche parole, gli investitori si comportano con strategie di investimento come operatori “non informati”. Pertanto gli errori non sono casuali, ma correlati. Tutto questo attiene alla psicologia dei mercati finanziari, per noi massa dei risparmiatori alquanto oscura, ma che viene molto studiata e applicata, invece, dai protagonisti della finanza, sia diretti che indiretti, che in Italia hanno creato a ondate ricorrenti, scandali finanziari del risparmio tradito. Solo per ricordarne alcune: Cultrera, Norditalia-Canevesio, Cragnotti-Cirio, Tanzi-Parmalat, Italease-derivati, ecc.

Si può dunque credere che il risparmiatore italiano che ha acquistato un prodotto finanziario complesso come un’obbligazione subordinata fosse informato? Che fosse a conoscenza del rischio? Che sapesse esattamente cosa stava acquistando? Si parla ora di educazione finanziaria, ma vorrei segnalare che già il Libro Verde della Commissione europea dell’ aprile 2007 al paragrafo 38 evidenziava come “numerose indagini internazionali hanno mostrato un livello ridotto di comprensione delle questioni finanziarie da parte dei consumatori e la capacità di prendere decisioni appropriate perché di solito le informazioni sono concepite per il consumatore medio e non per un pubblico con conoscenze limitate in materia”. Dal 2007 a oggi nulla è stato fatto, e ancora oggi - come possiamo apprendere dalle notizie di stampa - il problema sussiste e i risparmiatori, noi parco buoi, saremo sempre destinati alla mattanza. 

Ne è una riprova l’effetto domino del panic selling in corso, sui titoli delle banche italiane, quotate alla borsa valori. Negli ultimi venti giorni la perdita di valore della capitalizzazione delle principali banche del Paese è mediamente di oltre il 20%. Senza entrare nella querelle dell’attacco alle banche italiane, di cui gli articoli dei quotidiani italiani di oggi riportano, vorrei solo focalizzare l’attenzione sulla tecnica operativa di Borsa. La capacità di condizionare il mercato da parte di alcuni operatori (da ultimo lo scandalo della manipolazione del Libor del 2015), concentrando una grande quantità di titoli in un determinato momento in vendita, può provocare una caduta del prezzo, in quanto la quantità dei titoli che sostengono la domanda non è bilanciata. Ne consegue che il prezzo scende vertiginosamente e la speculazione, cavalcando l’onda, ne amplifica l’effetto mediatico e quello finanziario, inducendo - appunto - il panic selling dei risparmiatori, che emotivamente vendono.