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IL CASO/ Quel "Nobel mancato" a papa Francesco

Pubblicazione:lunedì 25 gennaio 2016

Papa Francesco (Infophoto) Papa Francesco (Infophoto)

Se fosse per me, il Nobel all'economia lo darei al Papa. Questo non, ovviamente, per l'elaborazione di nuove teorie che consentano più sofisticati calcoli previsionali, ma per il genio profetico che si può ben dire anticipa fatti che poi emergono alla considerazione di tutti. Prendiamo una delle sue frasi più incriminate, che ha suscitato vivaci reazioni nei tradizionalisti cattolici e affini di mezzo mondo (i vari "teocon", "atei devoti", ecc.), ponendo in questione il liberalismo: "Quest'economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione [...]. Abbiamo dato inizio alla cultura dello scarto che addirittura viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell'oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l'esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l'appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono sfruttati, ma rifiuti, avanzi" (Evangelii Gaudium, 53).

Per rendersi conto di questo fenomeno nuovo che siamo riusciti a creare, tra i tanti esempi, basta limitarsi guardare ai migranti: chi meglio della nostra Europa (intendo ovviamente l'apparato amministrativo, non la gente comune) ci ha mostrato ciò? Il tratto del Mar Egeo che collega le coste turche all'isola di Kos, uno dei "tragitti della speranza", continua a seppellire vittime. Chi oltre al mare si preoccupa per loro? Mentre accade questo la Danimarca avanza la proposta di espropriare beni e valori dei migranti per ripagare il diritto di asilo loro concesso, tanto gli "avanzi" non hanno voce in capitolo per definizione.

Durante la conferenza stampa dello scorso novembre al ritorno dalla Repubblica Centrafricana, il Pontefice si è espresso sulle guerre con parole decise e disarmanti: "Le guerre vengono per ambizione […] sono un'industria! Nella storia abbiamo visto tante volte che un Paese, se il bilancio non va bene… "Mah, facciamo una guerra!", e finisce lo "sbilancio". La guerra è un affare: un affare di armi. I terroristi, fanno loro le armi? Sì, forse qualcuna piccolina. Chi dà loro le armi per fare la guerra? C'è lì tutta una rete di interessi, dove dietro ci sono i soldi, o il potere: il potere imperiale, o il potere congiunturale… Ma noi, da anni stiamo in guerra e ogni volta di più: i pezzi sono meno pezzi e diventano più grandi… E cosa penso io? […] Che le guerre sono un peccato e sono contro l'umanità, distruggono l'umanità, sono la causa di sfruttamenti, di traffico di persone, tante cose… Si deve fermare".

Queste parole sono di colpo risuonate nella mia mente quando ho letto l'ultimo rapporto di Amnesty International sulla fornitura di armi allo Stato islamico: l'associazione ha catalogato oltre 100 diversi tipi di armi e munizioni provenienti da almeno 25 Paesi che l'IS sta usando in Iraq e in Siria per compiere le sue stragi. La maggior parte delle armi è stata presa dai depositi militari iracheni, a loro volta ben riforniti tra gli anni Settanta e Novanta dagli Usa, dalla Russia e dagli altri Paesi dell'ex blocco sovietico. La guerra tra Iran e Iraq (1980-1988) - rileva ancora Amnesty International - è stata un fattore determinante per lo sviluppo del mercato globale delle armi, che oggi vale miliardi di dollari.


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